L’ostilità ancestrale del gruppo dirigente PD, soprattutto quello di matrice comunista, al voto di preferenza fornisce ogni giorno al dibattito nuove perle.

Ed anche sottolineare che “ci sono forze nel paese che perseguono un disegno pervicace di delegittimazione della politica per poter avere mano libera nella gestione dei propri interessi” è opportuno. Sarebbe bene magari anche ricordarsi che molte di quelle forze hanno dato una qualche robusta mano al PDS prima e al PD poi. Ma la resipiscenza va sempre salutata positivamente, pur se tardiva.
Ci piacciono meno il PD ed il suo segretario in versione Tafazzi. Che è quella prevalente in tutta 0le gestione dell’intricata vicenda della legge elettorale e delle primarie. Questioni sulle quali il PD, nella sua non lunga vita, ha già avuto modo di combinare un discreto numero di guai. Ora, con i suoi atteggiamenti, rischia di portarci ad un autentico capolavoro: quello di far scrivere la nuova legge elettorale, quella che deve mandare in soffitta il tanto odiato Porcellum, proprio da quelli che ne furono i suoi autori, Berlusconi, la Lega e Pierferdinando Casini. Il tutto per non avere un atteggiamento duttile sui due veri punti deboli della legge attuale, il premio di coalizione e le liste bloccate. Tra l’altro l’ostilità ancestrale del gruppo dirigente PD, soprattutto quello di matrice comunista, al voto di preferenza fornisce ogni giorno al dibattito nuove perle. Alle due brillanti argomentazioni già circolanti, “favorisce le infiltrazioni” e “non c’è negli altri paesi”, se ne aggiunge ora una ancor più fulminante. Se ne è fatto portabandiera in particolare Massimo D’Alema, secondo cui il voto di preferenza va evitato perché crea divisione e competizione all’interno dei partiti. Il che, detto da chi continua a praticare le scombiccherate “primarie all’italiana”, prive di qualsiasi regola e di qualsiasi certezza sul se, sul dove e sul quando, è vagamente surreale.
Le primarie all’italiana hanno creato tali tensioni nel PD a Milano, Genova, Napoli, Palermo, e chi più ne ha più ne metta, da rendere alla fine della tenzone pressoché irrilevante la presenza di quel partito in quelle metropoli. E omettiamo per carità di patria di soffermarci qui su quanto sta succedendo a livello nazionale con lo psicodramma Renzi. O a Roma, dove si vuol sottoporre a inutili primarie una candidatura forte e autorevole come quella di Nicola Zingaretti. In realtà è vero l’esatto contrario di quanto affermato da D’Alema, il voto di preferenza costituisce un elemento di coesione dei partiti, in quanto incanala la legittima e fisiologica dialettica interna tra uomini e idee in una competizione regolata, nella quale arbitri sono i cittadini elettori di quel partito, e non pacchetti di tessere, infiltrati vari o file di cinesi con un euro in mano. Sembrerebbe ovvio anche questo, ma si sa, nel PD Tafazzi, col suo doloroso bastone, è sempre in agguato.

Che il binomio BERSANI-TAFAZZI sia più che legittimante (per tafazzi) è ampiamente dimostrato dal fatto che al Grillo parlante di nome Beppe si preferì rispondere col più idiota “fassssiiissta” della storia repubblicana; Sinceramente a me che sono tutt’altro che di quel tipo di sinistra mi viene il rimpianto perfino dei sanguigni Pajetta e dintorni d’epoca; per non dire di quell’Enrico Berlinguer che, se per somma disgrazia dei tantissimi Tafazzi (dal super-senior ai micro-junior), potesse risorgere, senza dubbio chiederebbe al compagno Putin l’allestimento e messa a disposizione di un campo di rieducazione in Siberia dove internare tutto il tafazzume oggi noto sotto la generica sigla PD.