Con l’insofferenza per le gabelle e le diseguaglianze cominciò la rivoluzione francese.
Ricordate come è cominciata la rivoluzione francese? Uno stato in dissesto finanziario, con un debito di 40 milioni di ducati che, negli anni in cui non c’erano guerre, aumentava di almeno 1 milione per il deficit della gestione corrente. Con i più ricchi (i nobili e il clero) che erano esentati dal pagare le tasse , e avevano il monopolio del potere a corte e nell’esercito. Adesso, al posto del clero mettiamoci il ceto politico, oggi altrettanto impopolare che i vescovi e i gesuiti francesi, al posto dei nobili le grandi società che mettono in paesi diversi la sede legale e quella fiscale, per adattarsi alla normativa USA che ha cancellato le imposte ai più ricchi, e avremo una miscela esplosiva, accentuata dagli economisti di area tedesca che pretendono di risollevare l’economia intensificando i salassi (terapia sulla quale lo stesso FMI ha iniziato una profonda autocritica)
Bisogna tornare a parlare di ridurre le diseguaglianze, e invece di porsi come unico obiettivo il deficit al 3% per raggiungere il quale si chiedono sacrifici ai ceti più bassi, cominciare a mettere obiettivi tipo che “il rendimento del capitale investito non deve superare l’incremento annuale del PIL, se no aumenta la diseguaglianza” (è la tesi di Piketty)..

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