I conti sono presto fatti. Prorogare fino al 31 dicembre la cassa integrazione generalizzata (speriamo con nuove modalità più rapide e sicure) costerà all’Italia 36 miliardi. Il “Sure”, programma europeo a difesa dell’occupazione, ne assicurerà 20.
Per andare oltre il limite attuale di Ferragosto ne mancano 16, che sono tanti, e grazie Europa se la questione è quasi dimezzata. Questa differenza però la dice lunga sulle difficoltà che ci attendono a breve scadenza, e cioè in autunno, quando il problema sociale post Covid si manifesterà in tutta la sua gravità.
Garantire all’infinito blocco dei licenziamenti e cassa integrazione forse non lo pensano neppure i tanti beati seguaci della distribuzione senza produzione. La rete di salvataggio prima o poi, viene ritirata e un Paese non campa di assistenzialismo, anche se è stato educato male da redditi di cittadinanza e pensioni anticipate dell’anno gialloverde.
Si consideri d’altra parte che questo è ancora terreno protetto, che altri lavoratori italiani considerano addirittura privilegiato.
Già, perché cassa integrazione è una provvidenza sociale, con la p minuscola. Altre categorie sembra che si possano rivolgere solo a quella con la P maiuscola.
Si dice “autonomi” ma per molti è sinonimo di precario, di incerto, di sussidi trovati in casa, da nonni pensionati o da salvadanai molto piccoli. Più giù, scendendo la scala, si trovano quelli che vedono il lavoro dipendente come un miraggio: contrattisti a termine, somministrati, stagionali. Tra marzo e aprile sono 400 mila ad essersi trovati senza un euro (o 600 scesi dall’alto). In fondo all’ultimo gradino, infine, quelli che neppure ci provano, a trovare lavoro, e vivono nel limbo dei cosiddetti lavoretti.
Per venirne fuori occorre una politica economica e sociale che chiamiamo nuova solo perché la cultura nazionale prevalente non prevede il lavoro come esito dello sviluppo, e lo sviluppo come risultato della produttività (ferma dal cambio di secolo).
Ad agosto i 5Stelle, che ci tengono per il prestigio del loro ex leader Di Maio e non per vera attenzione ai giovani in cerca di stabilità, vorrebbero tornare al cosiddetto decreto dignità, sciagura propagandistica ora sospesa per l’emergenza, che metterebbe per strada altre migliaia di lavoratori da sommare a quelli di cui sopra, per mancanza di “causale”. Qui basterebbe un Premier decisionista o un PD che almeno in questo si faccia rispettare, visto che tutti gli altri provvedimenti del Conte 1 sono intonsi.
Ma, quando ci sono crisi come questa, il vero modo di creare lavoro è che vi siano incentivi (non chiamiamoli jobs act, altrimenti vengono bloccati) per chi assume a lungo termine, e ancor prima, è ovvio, aiuti all’export, all’innovazione e al 4.0 (altro tabù, perché risale ai governi bocciati nel 2018). Sostegni anch’essi, ma finalizzati ad allargare il campo, a far partire le cose, non a lasciarle ferme.
Ferme dove erano già, perché non è vero che tutto è cominciato con il Covid. Da un semestre eravamo in recessione e il 2020 era bello se non stava a zero crescita. A inizio epidemia eravamo l’unico Paese a non avere recuperato la crisi precedente. Eravamo sotto il livello 2008 di 4,2 punti di Pil, di ben 19,2 punti negli investimenti, di quasi due punti nei consumi e di 6,8 per reddito disponibile delle famiglie.
Ora rischiamo di andar giù di 10 punti e di sperare in un rimbalzo 2021 della metà.
Gli Stati generali nella storia hanno anticipato le rivoluzioni, qui abbiamo avuto solo il karaoke delle buone intenzioni.
E il problema della Cassa integrazione non è quello di come pagarla, ma quello di come fare ad evitarla.
Beppe Facchetti

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