
Il nuovo imperialismo americano è neofascista.
Lo si comprende bene a partire da due dichiarazioni di Donald Trump che chiariscono con estrema nettezza gli elementi ideologici essenziali della sua dottrina.
“Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale.
È vitale per il Golden Dome che stiamo costruendo.
La NATO dovrebbe guidare il processo affinché possiamo ottenerla. SE NON LO FACCIAMO NOI, LO FARANNO RUSSIA O CINA, E QUESTO NON ACCADRÀ!
Militarmente, senza l’enorme potenza degli Stati Uniti – gran parte della quale l’ho costruita durante il mio primo mandato e che ora sto portando a un livello nuovo e ancora più alto – la NATO non sarebbe una forza o un deterrente efficace. Nemmeno lontanamente!
Loro lo sanno, e lo so anch’io.
La NATO diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli STATI UNITI.
Qualsiasi soluzione inferiore a questa è inaccettabile.”
Firmato: Donald Trump.
L’identificazione della propria sicurezza con il possesso di ciò che appartiene ad altri è esplicita fin dal primo rigo: “gli USA hanno bisogno della Groenlandia”.
Qui la sicurezza non è cooperazione, né diritto internazionale: è controllo territoriale. La Groenlandia non è un soggetto politico, ma un asset strategico.
Quando Trump afferma che “la NATO dovrebbe guidare il processo per ottenerla”, l’Alleanza non è più una comunità di Stati sovrani che assumono decisioni condivise, ma un mezzo operativo per un fine americano.
E quando aggiunge che “militarmente la NATO non sarebbe una forza o un deterrente efficace”, cade ogni finzione: gli alleati sono dipendenti, la deterrenza è americana, l’alleanza è strutturalmente asimmetrica. Il messaggio è chiarissimo: senza gli Stati Uniti, l’Europa non conta nulla.
Il passaggio “se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina” costruisce l’urgenza che serve a legittimare qualsiasi forzatura. O noi o loro.
Per Trump il mondo è conflitto permanente e, senza una forza dominante, c’è il caos. Dunque è il più forte che deve comandare. Gli Stati Uniti si autodefiniscono la potenza necessaria a tenere con la forza l’ordine mondiale, a cui gli altri devono obbedire.
Siamo di fronte a un imperialismo senza ipocrisia, che si differenzia da quello liberale anche nel linguaggio. Non si parla di diritti umani, di democrazia, di valori. C’è solo il proprio interesse.
È un imperialismo nudo, non ideologico. Ed è proprio questo che lo rende più pericoloso: una minaccia diretta all’idea stessa di ordine internazionale. Il principio di sovranità viene svuotato e i territori diventano preda del più forte.
Pochi giorni prima, Trump aveva dichiarato:
“Non ho bisogno del diritto internazionale… il mio potere è vincolato solo dalla mia moralità personale. La mia mente è l’unica cosa che può fermarmi.”
Siamo di fronte alla negazione totale del diritto, sostituito da un’etica soggettiva del capo.
Questi due elementi -negazione del diritto internazionale ed etica del capo- rappresentano un tratto tipico del potere fascista, nel senso storico-politico preciso del termine. Nel fascismo il potere non è limitato dalla legge: la legge è ciò che il capo decide di volta in volta. La decisione precede la norma. Nel fascismo classico, da Mussolini in poi, la legalità è subordinata alla missione, l’interesse dello Stato coincide con il capo e la morale del leader sostituisce il diritto.
Questa che vediamo oggi è una forma moderna di fascismo, diversa da quella mussoliniana per un elemento decisivo: la conquista del potere non è avvenuta attraverso l’uso sistematico della violenza squadrista, ma tramite elezioni formalmente libere. Tuttavia, una volta al potere, questa ideologia sovverte – come fece il fascismo storico – uno dei pilastri del liberalismo: il diritto internazionale nelle relazioni tra Stati. All’interno, restringe progressivamente le libertà democratiche e i principi dello Stato di diritto, concentrando il potere nelle mani del governo.
Questo neofascismo ha, per ragioni evidenti, Trump come capo, e dispone di un seguito internazionale emerso chiaramente nella recente manifestazione politica di sostegno a Viktor Orbán.
All’evento, oltre a Giorgia Meloni, erano presenti figure di rilievo della destra neofascista e populista europea e mondiale: Alice Weidel (leader di AfD, partito tedesco con forti componenti neonaziste), Benjamin Netanyahu (primo ministro di Israele), Marine Le Pen (leader del Rassemblement National francese), Javier Milei (presidente dell’Argentina), Aleksandar Vučić (presidente della Serbia), Matteo Salvini (vicepresidente del Consiglio italiano), Andrej Babiš (ex primo ministro ceco), Santiago Abascal (leader di Vox, Spagna), Mateusz Morawiecki (ex primo ministro della Polonia e figura di riferimento dei Conservatori europei).
È una costellazione di leader uniti dal culto del capo, dall’ostilità verso il diritto sovranazionale, dall’uso permanente della paura e della repressione, dal disprezzo per i vincoli liberali, a partire dalla separazione dei poteri. Tutti sanno che la loro forza è strettamente legata al sostegno di Trump, davanti al quale sono pronti a inchinarsi, sacrificando anche gli interessi nazionali, nella logica per cui il più forte comanda.
È una nuova internazionale nera, neofascista e populista.
Una parte dei liberali in Italia e in Europa si sta accomodando in un’alleanza con queste forze; un’altra, pur sinceramente democratica, rifiuta ancora di riconoscere con il nome appropriato la natura di questo movimento.
Eppure, chiamare le cose con il loro nome è decisivo in politica. Il fascismo storico vinse anche perché fu sottovalutato, ridefinito come “eccesso”, trattato come anomalia temporanea.
È esattamente ciò che stanno facendo oggi molti rispettabili commentatori, giornalisti e politici.
Enrico Rossi

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