
Ieri, giornata mondiale per la sicurezza nei luoghi di lavoro si sono spese molte parole sull’argomento.
Tra le tante, mi ha colpito la ministra Calderone, che, forse in coerenza con il suo nome, parla di corresponsabilità tra imprenditori e lavoratori in tema di tutela della sicurezza.
Invece, non è e non deve essere così: responsabile primario della sicurezza e quindi degli infortuni e delle morti sul lavoro è prima di tutto il datore di lavoro che deve provvedere ai seguenti adempimenti: valutazione di tutti i rischi presenti in azienda e conseguente redazione del documento (DVR); e nomina del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP).
Lo dice anche l’ultima legge del 2008 in materia e persino la legislazione fascista era chiara su questo punto.
Vale, infatti, la pena di ricordare il codice civile del 1942 e l’Articolo 2087 c.c., in vigore – Tutela delle condizioni di lavoro: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Questo articolo è fondamentale: stabilisce un obbligo generale di protezione per il datore di lavoro nei confronti dei lavoratori. Non elenca una lista di misure specifiche (quelle sono invece definite da leggi speciali, come il Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro – D.Lgs. 81/2008), ma impone un principio generale: il datore deve prevenire i rischi adottando tutto ciò che esperienza e tecnica consigliano per la sicurezza.
Il fatto che si lasci parlare a vanvera la ministra senza ribattere con fermezza è segno di un grave smarrimento morale e ideale della politica, frutto del dominio del pensiero unico neoliberista.
Non discuto delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti, ma della incapacità di capire, da parte di chi dovrebbe per missione, la questione fondamentale riguardo alla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Purtroppo neppure la sinistra, al di là delle dichiarazioni giuste contro le politiche governative, riesce a mettere in luce sufficientemente il principio di primaria responsabilità che è in testa al datore di lavoro.
La sensazione è che, in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, il dibattito politico sia pesantemente regredito e ovviamente a farne le spese sono i lavoratori, fisicamente e anche moralmente: più o meno esplicitamente accusati di essere responsabili dei loro stessi infortuni e della loro morte.
I referendum dell’8 e del 9 di giugno possono essere l’occasione giusta per rimettere, anche su questi temi, il dibattito entro giuste coordinate, per rimettere l’uomo con i piedi sulla terra e non viceversa.
Enrico Rossi

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