
Calzati gli stivali delle sette leghe stiamo procedendo a grandi passi verso una progressiva e sistematica privazione delle libertà. Un percorso lastricato di buone intenzioni, ma che troppo spesso finisce per produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Privare oggi un genitore del tacito permesso di dare un ceffone al figlio può evitare una denuncia a mamma e papà, ma non garantisce affatto la crescita di un adulto più responsabile. Al contrario si rischia di lasciare i ragazzi soli, senza riferimenti autorevoli, in balia di modelli culturali urlati, superficiali e spesso degradanti come quelli che prosperano nel sottobosco dei “maranza”. Ora il dibattito pubblico si è spostato sull’idea di vietare agli adolescenti l’accesso ai social. Una scorciatoia comoda, utile a lavarsi la coscienza ma incapace di affrontare il problema alla radice. Dopo decenni l’educazione digitale resta un capitolo marginale nella scuola, affrontato senza convinzione e senza strumenti adeguati. E allora si vieta, si proibisce, si semplifica. Ma educare non significa togliere, bensì insegnare a scegliere. Le cose si imparano con il coinvolgimento e il confronto, accompagnando i ragazzi in un mondo che è cambiato nelle forme, ma non nei valori fondanti. Buon senso, educazione e rispetto delle libertà altrui – comprese quelle dei più giovani – sono pilastri di una società che voglia dirsi libera e adulta. All’adulto spetta il compito più scomodo: dare l’esempio. Vietare è facile, educare richiede tempo, coerenza e credibilità. In casa è giusto porre delle regole, ma è altrettanto necessario offrire alternative reali. Dopo cena i genitori sapranno spegnere il telefono e magari sedersi a giocare a sciangai con i figli? Perché l’autorità non si impone per decreto: si costruisce con l’esempio giorno dopo giorno.
Vietare è semplice, educare è faticoso. Ma una democrazia che sceglie la via dell’ipocrisia produce solo “Maranza”.
Angelo Santoro

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