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Un cessate il fuoco fragile: illusioni, errori e il peso delle responsabilità

Il cessate il fuoco a Gaza rappresenta una buona notizia, ma non deve far dimenticare le complessità del conflitto e i rischi di errori di valutazione. Marco Mayer analizza le radici della crisi, dalla questione palestinese irrisolta alla diffusione di ideologie estremiste alimentate da Iran, Russia e Cina. Propone un approccio integrato per le democrazie globali: dal contrasto al terrorismo islamista a un “Piano Marshall” per Gaza, invitando Israele a chiarire le falle nei servizi d’intelligence e le strategie politiche a lungo termine. Una riflessione sulle responsabilità locali e internazionali per costruire un futuro di pace e sicurezza.

di Marco Mayer | 17 Gennaio 2025
Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Il cessate il fuoco a Gaza è una ottima notizia,ma e’ bene non incorrere in errori e illusioni.

Ieri sera al TG2 Giuseppe Provenzano responsabile esteri del PD ha sostenuto che la radice della crisi sia la irrisolta questione nazionale palestinese. Non ha torto, ma a mio avviso la sua è una analisi parziale.

Sono – da sempre – favorevole al progetto due popoli e due stati, ma vorrei ricordare anche un altro fattore scatenante del 7 ottobre:
la crescente diffusione di una cultura “trascendente” di morte, che, peraltro danneggia la stessa causa palestinese.

Il messaggio si può riassumere in una espressione sintetica quanto devastante: se dai il tuo contributo a distruggere Israele e a colpire gli ebrei andrai sicuramente in paradiso.

Il regime iraniano dell’ Ayatollah Khamenei da un lato, e alcune delle componenti piu’ estremiste dei Fratelli Musulmani dall’altro, sono non gli unici, ma sicuramente i principali “cattivi maestri” di questa tragica ideologia religiosa fondata sull’ esaltazione della morte, del martirio e del sangue.

Non si tratta peraltro solo di visioni ideologiche. Solo nell’ ultimo anno con il supporto dell’ Iran, i terroristi di Hamas, Hezbollah e Houti hanno ricevuto ogni genere di armamenti ed hanno potuto lanciare più di 50.000 (sic) missili contro Israele, dato complessivo sostanzialmente ignorato dai media internazionali.

I musulmani nel mondo sono due miliardi e la percentuale dei miliziani radicalizzati è nell’ ordine dello zero virgola. Qual’é allora il problema più rilevante?

Non sono i numeri in sé (siano essi 200.000 o 300.000, ecc.) e neppure i consistenti flussi finanziari che alimentano la galassia del territorio islamista in Medio Oriente, in Asia e soprattutto in Africa.

Il pericolo più serio è che – oltre all’ Iran – Russia, Turchia e Cina abbiano legittimato e continuino a legittimare Hamas (e altri gruppi similari) ricevendo con tutti gli onori le loro delegazioni nelle capitali e nei rispettivi Ministeri degli Esteri.

L’ auspicio è che – nonostante il momento difficile – tutte le democrazie del mondo – a partire da una stretta collaborazione tra UE e USA si coalizzino per raggiungere quattro obbiettivi:

  • contrastare con la massima determinazione il terrorismo islamista sul piano militare finanziario e culturale;
  • monitorare, soprattutto negli Stati Uniti, finanziamenti di fondazioni islamiche alle università che spesso nascondono insidiose azioni di influenza;
  • chiamare in causa senza paure o reticenze la complicità di alcune autocrazie, Russia e Cina in primis;
  • impegnare energie e risorse finanziarie per trasformare radicalmente la Striscia di Gaza. Serve un “Piano Marshall” che assicuri alla popolazione civile palestinese – dopo 17 anni di dittatura di Hamas e 15 mesi di bombardamenti un avvenire di liberta, prosperità e speranza.

Infine il compito forse più difficile spetta ad Israele, provato dalle battaglie contro ben sei fronti nemici.

La prima cosa è spiegare le ragioni dell’ intelligence failures del 7 ottobre a cui ha accennato il Generale Isaac Ben Israel su queste colonne. Perché le informazioni e gli alert degli operativi sono stati sottovalutati?

Un altro aspetto importante è una indagine indipendente nello stesso Israele rispetto all’ altissimo numero di vittime civili. Si tratta di indagare gli eccessi di difesa e i drammatici “effetti collaterali” che potevano essere evitati.

C’ è infine un’ altra domanda cruciale fondo a cui il premier Netanyahu dovrebbe rispondere.

Hamas ha preso il potere assoluto a Gaza nel giugno 2007 con la forza uccidendo e ferendo numerose militari e poliziotti della ANP e rivali di Fatah.

Perché dal 2007 i governi guidati da Netanyahu nei sedici anni successivi hanno tollerato che la striscia di Gaza si trasformasse in un enorme arsenale di guerra dotato di armi sofisticate, bunker di ogni tipo (per non parlare di centinaia di chilometri di tunnel fortificati).

Il sospetto è, ma questa è solo un’ ipotesi che Netanyahu percepisse i suoi forti legami di amicizia con il Presidente Vladimir Putin come una garanzia nei confronti di Hamas.

Non lo sappiamo. Quello che è certo è che subito dopo il 7 ottobre il Cremlino si è schierato dalla parte di Hamas e dell’ Iran. Un errore politico di cui Benjamin Netanyahu dovrebbe rendere conto. E questo non è certo è certo l’unico errore di cui Netanyahu dovrebbe rendere conto non solo al suo paese, ma all’intera diaspora ebraica.

Marco Mayer

Pubblicato in : AperturaTag: anni, capitali, cina, crisi, effetti collaterali, espressione, iran, mondo, notizia, pd, putin, regime, speranza, stati uniti, usa

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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