
Magnifico Rettore:
dopo aver preso visione del documento emesso dal Senato Accademico sulla tragedia di Gaza, come docente di questo Ateneo sento il dovere di scriverle per esprimere alcuni pensieri.
Leggo senza riconoscermi totalmente nel documento dell’Università di Bologna cui mi onoro di appartenere: il Senato Accademico ha espresso sdegno per l’escalation militare a Gaza. Come essere in disaccordo? Ogni guerra fa vittime innocenti e dovrebbe essere fermata; ma il documento definisce anche la collaborazione con gli Atenei Israeliani soggetta a limitazioni e nel finale promuove la collaborazione con gli Atenei Palestinesi auspicando (tra gli altri punti) il riconoscimento dello Stato Palestinese.
E’ giusto che l’Ateneo ponga limitazioni alla collaborazione con una parte e promuova con l’altra? Questa posizione rischia di far percepire la Palestina guidata da Hamas come la parte giusta del conflitto, mentre Israele la parte sbagliata. La formazione dello Stato Palestinese auspicata nel documento del Senato Accademico non è un’idea nuova: proposta nel 1948 dall’ONU, fu accettata dagli Israeliani e non dai Palestinesi, successivamente in tanti anni statisti di altissimo livello (tra cui premi Nobel) non sono riusciti a “trovare la quadra”. L’unica certezza risulta l’oggettiva difficoltà da parte di tutti a identificare oggi quale sia la parte giusta e quale la parte sbagliata.
Il codice etico del nostro Ateneo vietando collaborazioni per lo sviluppo di tecnologie che possano essere usate contro l’uomo è un valido principio universale teoricamente sufficiente a limitare le collaborazioni, ma il documento sottolinea il controllo di questo aspetto solo nei confronti delle Università Israeliane, invece che per tutte le parti in conflitto. Non hanno forse pari dignità studenti, ricercatori e docenti di Stati in guerra tra loro siano essi Israeliani, Palestinesi, Ucraini, Russi etc.? Il Sapere e la ricerca possono essere i valori comuni a tutti i popoli in grado di favorire il dialogo e la pace.
Un Ateneo dovrebbe contribuire a non radicalizzare narrazioni distorte che favoriscano la ricomparsa di pregiudizi del passato di cui sono tappezzati gli striscioni di alcuni gruppi studenteschi. Sarebbe ideale valorizzare la cultura come tratto di unione tra le parti in conflitto, lasciando ad altri l’interpretazione politica della situazione: il ruolo dell’Accademia è unire, non dividere! Inoltre, lo spostamento del conflitto in ambito sociale generato dalla presa di posizione di enti neutrali come gli Atenei, se interpretato con malizia contribuisce ad alimentare luoghi comuni e derive di piazza che rischiano di sfociare in nuovi, odiosi episodi di razzismo: se ne leggono tutti i giorni, purtroppo.
Ho più volte collaborato con accademici di paesi totalitari, facendo prevalere la cultura su tutto il resto: nel 2018 fui invitato come Visiting Professor in tre prestigiosi Atenei in Iran. Ci vai? Mio padre era preoccupato: l’origine ebraica della famiglia è palese sul web, sarà pericoloso? No, basta non essere Israeliani. Così sono andato a Teheran. A lezione senza cravatta (simbolo occidentale) per rispetto della loro cultura, ho apprezzato eccellenti ricercatori accademici dell’Iran di oggi senza pregiudizi generati dalla situazione politica del paese. Non ho dimenticato le foto sui giornali degli impiccati alle gru durante la rivoluzione degli anni settanta, anzi, ricercandole sul web, oltre alle ombre nere e sfocate di allora, ho trovato con orrore immagini in alta definizione di oggi: nella bolgia che sembra un concerto, c’è un ragazzo col cappio al collo tenuto teso dietro l’orecchio da un uomo grosso che sta per impiccarlo davanti alla folla.
Il contributo dell’Accademia, in situazioni tanto drammatiche è promuovere la possibilità ipotetica di far sedere in quell’aula di Teheran tra gli studenti sia il fratello del giovane giustiziato che il figlio del suo boia nel nome della scienza, antidoto alla guerra civile e promotrice di pace sociale. Essere scientificamente inclusivo con la comunità accademica Iraniana e utilizzare la scienza come tratto di unione ha permesso di mettere in secondo piano differenze sociali e religiose, guardando oltre al fatto che in aula non vi erano donne, o che poco distante sorgeva un monumento con la Stella di Davide e l’orologio che va indietro inneggiante alla distruzione di Israele (menomale che da tempo fino al 2040).
Ho insegnato in un programma umanitario chirurgia ortopedica per quasi 10 anni in Eritrea dove è in corso un conflitto ed una pulizia etnica al confine con l’Etiopia: i feriti, arrivavano in ospedale con lesioni di guerra orribili: paziente vittima o paziente carnefice è sempre e solo un uomo da curare: non sta a me giudicare se lotta per la libertà o se contribuisce a reprimerla. Gli studenti ed i medici che imparavano da che parte stavano? Curavano persone, per un accademico ed un medico tanto deve bastare. L’immenso Oscar Scaglietti, durante la seconda guerra mondiale al comando dell’Ospedale militare di Bologna insegnò a curare indistintamente cittadini feriti dai bombardamenti, alleati che stavano liberando l’Italia, partigiani, fascisti e tedeschi delle SS.
Come docente e ricercatore sento il dovere di contribuire alla costruzione di dialogo tra popoli in guerra attraverso la scienza, senza alimentare la narrazione di chi ha ragione e chi ha torto, che rischia di essere di parte. Il dialogo scientifico è una fonte di pacificazione sociale, focalizza l’attenzione su altro rispetto ai conflitti, promuove l’amicizia tra i popoli che è il fondamento della pace.
Per questi motivi, con rammarico, non mi sento rappresentato dal documento del Senato Accademico e farò tutto il possibile per continuare i rapporti di ricerca e didattici con tutti gli Atenei in modo paritario come ho sempre fatto, quindi anche con Israele, sia con i docenti che con gli studenti, nella speranza che la collaborazione scientifica verso tutti indistintamente possa rappresentare un piccolo contributo al sentimento di pace e fratellanza.
Con osservanza
Cesare Faldini

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