
Israele si ferma oggi per commemorare il primo anniversario del 7 ottobre, il giorno in cui l’attacco di Hamas ha squarciato le certezze del Paese, lasciando una ferita profonda che il tempo non ha saputo rimarginare. Non si tratta di una ricorrenza confinata alla memoria: il trauma di quel sabato nero è ancora un motore vivo e doloroso della politica e della strategia militare israeliana. Mentre le famiglie dei rapiti invocano ancora il ritorno dei propri cari, la risposta militare di Tel Aviv si è estesa ben oltre i confini di Gaza, trasformando l’intera regione in una polveriera.
Le celebrazioni odierne avvengono infatti in un clima di massima allerta geopolitica, amplificato dalle ultime notizie dal fronte meridionale della penisola arabica. I ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato un nuovo attacco contro l’Arabia Saudita, un promemoria brutale di come il conflitto innescato dodici mesi fa non sia mai stato una crisi bilaterale, ma un terremoto regionale guidato dall’asse di resistenza iraniano. L’offensiva contro Riad, partner strategico dell’Occidente e storico rivale di Teheran, dimostra che la stabilità della Penisola Arabica rimane fragile e che il cessate il fuoco provvisorio faticosamente negoziato negli scorsi anni nello Yemen rischia di evaporare sotto i colpi della solidarietà militante con la causa palestinese e libanese.
Questo anniversario non è il bilancio di una guerra conclusa, ma l’inizio di una nuova fase imprevedibile. Il Medio Oriente si ritrova intrappolato in un ciclo di azione e reazione dove la diplomazia appare impotente. Israele commemora i suoi morti sotto la minaccia dei razzi, mentre i suoi vicini affrontano le onde d’urto di un conflitto globale a pezzi. Un anno dopo, l’unica certezza è che l’ordine precedente al 7 ottobre è svanito per sempre, lasciando il posto a un futuro dominato dall’incertezza e dalle armi.
Il tempo stringe, ma noi continuiamo a rifiutarci di vedere. Ci culliamo nell’illusione che questa ferita sanguinosa sia un fatto altrui, una cronaca lontana da confinare nei telegiornali della sera. Non è così. Quell’anniversario non è una fotografia sbiadita del passato, è il presente che ci urla in faccia. Mentre Israele piange i suoi morti e l’Arabia Saudita trema sotto i missili di fanatismo antico, l’Occidente si riscopre codardo, paralizzato dai propri distinguo, incapace di chiamare il male con il suo nome.
Ci nascondiamo dietro la parola “pace” per non ammettere che abbiamo paura di combattere per la nostra libertà. Ma la storia non fa sconti agli smemorati né ai complici del silenzio. Il fumo che si alza dal Medio Oriente non risparmierà nessuno, perché chi rinuncia a difendere la propria civiltà davanti alla barbarie ha già perso la guerra più importante: quella con la propria dignità. Svegliati, Occidente, prima che sia troppo tardi.
Giuseppe Basilico

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