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UN’ITALIA PROVINCIALE E IRRILEVANTE

Editoriale di TerzaRepubblica

di Terza Repubblica | 28 Marzo 2011

Nel deserto libico rischia d’insabbiarsi la cosiddetta stagione delle riforme del governo Berlusconi, che dopo i ripetuti scampati pericoli di elezioni anticipate dovrebbe, nelle intenzioni del premier e (forse) di Bossi, consentire all’attuale esecutivo di completare la legislatura. Ora l’esecutivo può menar vanto che tutte le operazioni militari siano passate sotto il comando della Nato, come era stato chiesto. Ma a parte il fatto che questa scelta non è certo avvenuta per via delle nostre pressioni, la cosa comunque non cancella il senso di penosa e pericolosa approssimazione con cui l’Italia si è mossa nello scenario di guerra. Siamo passati dal baciamano all’adesione acritica alla linea interventista, per poi rinculare e assumere un atteggiamento di distinzione da Francia e Stati Uniti – senza però avere il coraggio di una posizione netta come quella tedesca, che certo non ci potevamo permettere ma che abbiamo rischiato ambiguamente di emulare – condito da intollerabili silenzi di Berlusconi (è l’unico leader occidentale che non è intervenuto sull’argomento in alcuna sede istituzionale) così come da sue improvvide dichiarazioni (tipo “sono addolorato per Gheddafi”, pronunciata al cospetto degli 8 mila morti che la vicenda ha già procurato), oltreché dal confuso protagonismo di alcuni ministri. Ad un certo punto siamo apparsi più in guerra con gli alleati che con Gheddafi, e ci hanno salvato (finora) solo i grandi errori commessi dagli altri partecipanti alla coalizione e l’assordante inesistenza dell’Europa in quanto tale. Ora si dice che potrebbe farsi breccia uno spazio di mediazione, e che noi saremmo i migliori candidati a intavolare un negoziato. Può darsi, ma per ora rimane una certezza: che Berlusconi avrebbe dovuto cercare l’iniziativa diplomatica per tempo, e non lo ha fatto. E chi lamenta che il Quirinale abbia giocato un ruolo interventista, prendendo la guida della politica estera, si dovrebbe domandare se quello spazio lo abbia soffiato al premier o lo abbia, e per fortuna, riempito essendo stato lasciato vuoto.
Se a tutto questo si aggiungono le divisioni interne alle opposizioni (5 mozioni parlamentari), l’incapacità di trovare una sintesi unitaria bipartisan e il ripetersi per l’ennesima volta del solito stucchevole ping-pong tra pacifisti senza se e senza ma e guerrafondai esaltati da sciocchezze come quella della “guerra giusta”, ecco servita un’Italia provinciale e irrilevante, così avulsa dalle dinamiche internazionali da ritagliarsi nella vicenda il peggiore e più masochista dei ruoli possibili, quello di chi è contemporaneamente il più esposto e il meno influente. E siccome di questa storia abbiamo visto solo l’inizio, anche sul piano dei suoi riflessi sulla politica interna è ancora tutta da scoprire.
Sia chiaro, sulla Libia inciampa rovinosamente la possibilità che si faccia qualche seria riforma – ammesso e non concesso che esistesse davvero – non il semplice prosieguo del governo. La garanzia di andare avanti, infatti, il Cavaliere se l’era già procurata il 14 dicembre, e successivamente l’ha cementata rinnovando il patto di ferro con Bossi – confermato nonostante gli evidenti e crescenti malumori della Lega, specie di quegli amministratori locali che più di altri hanno a che fare con la base leghista – e rafforzando la truppa parlamentare con nuovi arrivi, conquistati mettendo mano al portafoglio delle promesse (con la nomina di Romano e il conseguente spostamento di Galan ha cominciato ad onorarle, ma dovrebbe raddoppiare le dimensioni dell’esecutivo se dovesse mantenere tutti i patti stipulati). Ma, considerato che mancano due anni al “the end” – salvo ripensamenti di Bossi o fattori di crisi esogeni nuovi – il tema su cui riflettere è come questo spazio temporale, certo non piccolo, verrà “riempito”. Ora sappiamo che la vicenda libica conferma e consolida i timori che il tempo sarà impiegato, come è stato dal 15 dicembre in poi, solo e soltanto al rafforzamento degli strumenti di sopravvivenza. Una sorta di alimentazione continua delle propria autoreferenzialità, senza indulgere a scelte di governo che, al contrario, potrebbero invece indebolire quelle ragioni di sopravvivenza. E il primo comandamento per chi vuole tirare a campare, è fare il meno possibile in modo da ridurre, minimizzandoli, i margini di rischio. O grandi riforme sulla carta, come quella della giustizia, che essendo di tipo costituzionale rimanda a scadenze addirittura oltre la fine della legislatura. O spettacolari effetti annuncio, tipo quelli ripetutamente usati per la “rivoluzione liberale” – come la riduzione delle tasse – ma un po’ troppo abusati per poterli reiterare in eccesso. Oppure il fermi tutti, come è successo per il nucleare non appena si è percepito che il consenso potesse essere in pericolo.
Insomma, il futuro prossimo che ci si para innanzi è un continuità di governo priva di contenuti, con palazzo Chigi che trascorre il tempo a metter toppe e disinnescare mine. Esattamente il contrario di ciò che serve, e urgentemente, al Paese. Che rischia di veder chiudere le stalle dei suoi interessi – dal caso libico a quello Parmalat – quando i buoi sono già scappati.
(terzarepubblica.it – Editoriale)

Pubblicato in : Primo pianoTag: alimentazione, anni, annuncio, berlusconi, bossi, consenso, crisi, elezioni, francia, futuro, galan, gheddafi, governo, governo berlusconi, il cavaliere, lega, legislatura, libia, nato, palazzo chigi, riforme, stati uniti, tasse

Info Terza Repubblica

Terza Repubblica – Il quotidiano on line di Società aperta

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Commenti

  1. andrea

    29 Marzo 2011 alle 17:51

    Io, su questa “italietta” non ci sputerei tanto sopra. Se ricordassimo chi eravamo solo 150 anni orsono (un piccolo paese tutto da inventare, con un peso europeo così irrisorio da non far preoccupare nessuno per la nostra nascita) e chi siamo oggi (un paese con un peso rilevante e una voce che conta nel consesso internazionale), vedremmo che i nostri passi li abbiamo fatti, nonostante la disastrosa sconfitta dell’ultima guerra.
    Oggi siamo tra le prime dieci potenze economiche mondiali, fra i cinque fondatori della nuova Europa e sesti fra i contribuenti dell’O.N.U. Abbiamo i nostri soldati impegnati in molteplici interventi di “pace” in tutto il mondo e, nel Mediterraneo, abbiamo una posizione preminente. Riusciamo a dialogare con paesi con i quali altre potenze europee riescono solo a mostrare i muscoli.
    La nostra politica è ondivaga? E quando mai è potuta essere lineare e decisa? E’ proprio la consapevolezza delle nostre relative forze che ci ha permesso di crescere (si ricorda l’esempio di Enrico Mattei che paragonava l’Italia postbellica a un gattino che tentava di avvicinarsi al desco di grossi e rabbiosi cani, cioè le “sette sorelle”?). Oggi possiamo approvvigionarci delle risorse energetiche fondamentali, noi che non le abbiamo, in modo differenziato e da più fonti.
    Certo, noi non siamo la Germania (che aveva un sentimento “nazionale” molto prima di diventare Nazione), ne’ come unità di popolo, ne’ come organizzazione e, se da noi non ci fossero sempre quelli che si piangono addosso guardando come sono “bravi” gli altri, saremmo anche più avanti. Ma, forse, sono proprio i “più bravi di noi” che usano i nostri “piagnoni” per seminare discordia e divisione…forse ci temono? Forse invidiano il nostro ruolo nel Mediterraneo? Non so.
    Si sa, è sempre più facile distruggere che costruire. Anche nelle vicende odierne. E’ difficile dire, adesso, se alla fine la nostra azione (che per alcuni è non-azione o, peggio, azione sbagliata) sarà vincente o meno. Ma, quale altra posizione avremmo potuto tenere nei confronti della questione libica? Bombardare insieme ai francesi? Tirarsi indietro come i tedeschi? Secondo me ne’ l’una ne’ l’altra perché abbiamo interessi molto forti da difendere e, a tutt’oggi, non è possibile prevedere la piega che prenderà la rivolta. Una posizione “prudente” era obbligatoria perché nel primo caso, quello di un’aggressione violenta e non condivisa dai paesi arabi, avremmo avuto da perdere più degli altri e, nella seconda, avremmo perduto ancora di più perché avremmo lasciato il campo libero sui nostri interessi in Libia già “adocchiati” da altri paesi. Intanto siamo in ballo e potremo dire la nostra una volta finito il massacro.
    Esserci appellati prima all’O.N.U. e poi alla N.A.T.O., vincendo entrambe le volte, è stato lungimirante perché l’alternativa, una volta finito il conflitto, era quella di diventare le prime vittime delle bombe francesi. Di quegli stessi francesi i quali, da sconfitti come noi nella seconda guerra mondiale, riuscirono a sedersi al tavolo della pace da vincitori.
    Berlusconi ha tenuto, come si dice oggi, un “basso profilo”? Forse ha suoi interessi personali? Forse non poteva fare diversamente, visto il particolare tipo di “amicizia” instaurato col rais? Forse, lasciando gestire ufficialmente agli altri ministri la crisi, potrà scegliere di intervenire quando le cose saranno più chiare? Forse siamo noi, non i francesi e neppure gli altri paesi europei, a subire maggiormente le ondate di migranti? Possono anche essere tutte vere queste possibilità.
    Ma ora e anche dopo, con i paesi arabi e africani con i quali noi, non la Francia, abbiamo buoni rapporti, possiamo e potremo sempre dialogare. Ci siamo già scordati di come la Lega Araba si sia tirata indietro dopo le prime bombe francesi? Perfino gli U.S.A. ritengono che senza di loro non è possibile indurre Gheddafi a lasciare il potere e lo stesso Gheddafi (delle sue farse grottesche, questa è l’ultima) dice che rispetterà solo le decisioni dell’Unione dei paesi Africani.
    Dunque è nella nostra continua faziosità, pro o contro qualcosa o qualcuno, che rischiamo di giocarci il futuro, ma solo una buona dose di ragionevolezza ci potrà salvare.

    Rispondi
  2. andrea

    29 Marzo 2011 alle 17:46

    Io, su questa “italietta” non ci sputerei tanto sopra. Se ricordassimo chi eravamo solo 150 anni orsono (un piccolo paese tutto da inventare, con un peso europeo così irrisorio da non far preoccupare nessuno per la nostra nascita) e chi siamo oggi (un paese con un peso rilevante e una voce che conta nel consesso internazionale), vedremmo che i nostri passi li abbiamo fatti, nonostante la disastrosa sconfitta dell’ultima guerra.
    Oggi siamo tra le prime dieci potenze economiche mondiali, fra i cinque fondatori della nuova Europa e sesti fra i contribuenti dell’O.N.U. Abbiamo i nostri soldati impegnati in molteplici interventi di “pace” in tutto il mondo e, nel Mediterraneo, abbiamo una posizione preminente. Riusciamo a dialogare con paesi con i quali altre potenze europee riescono solo a mostrare i muscoli.
    La nostra politica è ondivaga? E quando mai è potuta essere lineare e decisa? E’ proprio la consapevolezza delle nostre relative forze che ci ha permesso di crescere (si ricorda l’esempio di Enrico Mattei che paragonava l’Italia postbellica a un gattino che tentava di avvicinarsi al desco di grossi e rabbiosi cani, cioè le “sette sorelle”?). Oggi possiamo approvvigionarci delle risorse energetiche fondamentali, noi che non le abbiamo, in modo differenziato e da più fonti.
    Certo, noi non siamo la Germania (che aveva un sentimento “nazionale” molto prima di diventare Nazione), ne’ come unità di popolo, ne’ come organizzazione e, se da noi non ci fossero sempre quelli che si piangono addosso guardando come sono “bravi” gli altri, saremmo anche più avanti. Ma, forse, sono proprio i “più bravi di noi” che usano i nostri “piagnoni” per seminare discordia e divisione…forse ci temono? Forse invidiano il nostro ruolo nel Mediterraneo? Non so.
    Si sa, è sempre più facile distruggere che costruire. Anche nelle vicende odierne. E’ difficile dire, adesso, se alla fine la nostra azione (che per alcuni è non-azione o, peggio, azione sbagliata) sarà vincente o meno. Ma, quale altra posizione avremmo potuto tenere nei confronti della questione libica? Bombardare insieme ai francesi? Tirarsi indietro come i tedeschi? Secondo me ne’ l’una ne’ l’altra perché abbiamo interessi molto forti da difendere e, a tutt’oggi, non è possibile prevedere la piega che prenderà la rivolta. Una posizione “prudente” era obbligatoria perché nel primo caso, quello di un’aggressione violenta e non condivisa dai paesi arabi, avremmo avuto da perdere più degli altri e, nella seconda, avremmo perduto ancora di più perché avremmo lasciato il campo libero sui nostri interessi in Libia già “adocchiati” da altri paesi. Intanto siamo in ballo e potremo dire la nostra una volta finito il massacro.
    Esserci appellati prima all’O.N.U. e poi alla N.A.T.O., vincendo entrambe le volte, è stato lungimirante perché l’alternativa, una volta finito il conflitto, era quella di diventare le prime vittime delle bombe francesi. Di quegli stessi francesi i quali, da sconfitti come noi nella seconda guerra mondiale, riuscirono a sedersi al tavolo della pace da vincitori.
    Berlusconi ha tenuto, come si dice oggi, un “basso profilo”? Forse ha suoi interessi personali? Forse non poteva fare diversamente, visto il particolare tipo di “amicizia” instaurato col rais? Forse, lasciando gestire ufficialmente agli altri ministri la crisi, potrà scegliere di intervenire quando le cose saranno più chiare? Forse siamo noi, non i francesi e neppure gli altri paesi europei, a subire maggiormente le ondate di migranti? Possono anche essere tutte vere queste possibilità.
    Ma ora e anche dopo, con i paesi arabi e africani con i quali noi, non la Francia, abbiamo buoni rapporti, possiamo e potremo sempre dialogare. Ci siamo già scordati di come la Lega Araba si sia tirata indietro dopo le prime bombe francesi? Perfino gli U.S.A. ritengono che senza di loro non è possibile indurre Gheddafi a lasciare il potere e lo stesso Gheddafi (delle sue farse grottesche, questa è l’ultima) dice che rispetterà solo le decisioni dell’Unione dei paesi Africani.
    Dunque è nella nostra continua faziosità, pro o contro qualcosa o qualcuno, che rischiamo di giocarci il futuro, ma solo una buona dose di ragionevolezza ci potrà salvare.

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