Un viaggio. Verso le labbra di Chiara. Senza la misura dell’amicizia. Quindi, di innocenza. Fuggendo. Alla presa mordace. Che attenta alla resistenza del sogno. Dell’ipotetico. Della auspicio rinviato.
Mi perdo. Tra, le visioni di me. Nuova anima. Nuovo corpo. Vigile, ad essere minuscolo o gigantesco. Invadente. Increscioso. Dominante. Infintesimo.
Ecco! Sei fossi un minuscolo vibrante e invadessi la tua fisicità, le tue viscere, potresti scansarmi. Uccidendomi. O. Al contrario. Supplicarmi per la tua sopravvivenza. Per la esistenza. Della tua parola. O. Se, viceversa, fossi l’immensa misura dei tuoi dinieghi. Demone massiccio. Come mi scanseresti?.
Nell’amore, ti chiedo, quanto conta l’odio? La repulsione. La difesa di sè. Quanto conta l’annullamento? La disgregazione? Invasa. Avvilita. Costipata dei tuoi sensi.
M’incammino. Chiedendo il tuo conforto. E, nella chiesa a croce greca, imprudente, calpesto una lapide: 1585, … Aloisa Caracc …. Una parte dell’originario sangue è comune. Mi fermo. Inginocchiandomi sul marmo cosmatesco. Mentre da presso si stagliano le vetrine degli zecchini. Gelosamente stracolme di ossa. Inutli talismani. Per apoteosi di vanità. Di supplizi
La musuca aleggia. Sui volti olivastri. Tenera. Come i risuoni che si promanano da foglie recalcitranti. Pure inviluppate, inerti, senza odori, nelle volute lignee dei confessionali.
Sono seduto, senza sensi, sulla panca protesa al sarcofago. Alle devozioni. Discrete.
Le voci si concertano, in canto. Nulla si perde. Oltre il racchiuso delle volte di stucco. Oltre i baluardi delle statue dei pentimenti. Oltre gli abiti impoveriti. Dalla lontananza. Dalla invocazione.
Chiara! Siamo. Insieme. Nel viaggio. L’uno all’altra protesi.
Io, piegato verso la terra. Tu, a gettare le sementa nel solco.
Per i palloncini che si levano. Volano via. Stagliandosi contro l’azzuro. Di una mattina di pianto. Oltre il quale è il buio. Il colore vero dell’universo. Che i sogni delle fanciulle amano vestire di arlecchino. Scambiandolo. Ad un mercato di pietà. Fugaci e dimentiche.
Per un’anemone gettata sul bianco della bara .
Le tue labbra sono il solco aperto della terra. Dove, il passo lieve conduce il percorso. Scansando i segni di Micheaux. Le forze contro. I demoni contro. Le impudicizie contro. Gli uomini contro.
Contro “un uomo che si piega verso terra e una donna che getta la semente”. Per la culla di un bimbo.
Che non sia un bara bianca. Sospesa tra gli applausi.
Il cielo è dei vecchi. Non strapparmi il palloncino rosso dalle mani! Liberato dal giogo. Alla fine del viaggio.
franchini

Caro Franchini, con colpevole, colpevolissimo ritardo, ti ringrazio per il tuo poetico omaggio che nasce certo dalla tua fantasia ma, credo, anche da una non dissimulata stima. In fondo, ci scanniamo ben bene sui rispettivi interventi su questo sito, ma siamo pronti a riconoscerci liberi pensatori. E di questo, ancor più della poesia, ti sono grata. Con affetto. Ch.
…bellissimo come sempre…
Bellezza allo stato puro !