
Le immagini di una suora malmenata in strada da un uomo ultraortodosso, con gli tzitzit che spuntavano da sotto la camicia, hanno riaperto una discussione che in Israele esiste da anni ma che raramente viene affrontata fino in fondo. Non si tratta soltanto di un episodio di intolleranza religiosa o di violenza urbana. Quel gesto racconta qualcosa di più profondo: una frattura interna, culturale e identitaria, che attraversa la società israeliana.
Esiste una contraddizione poco raccontata fuori da Israele, ma centrale dentro la società israeliana: il rapporto complicato tra una parte del mondo ultraortodosso e lo Stato che li ospita, li finanzia e li protegge.
Per molti osservatori esterni può sembrare un paradosso difficile da comprendere. Da una parte c’è uno Stato moderno, nato nel 1948, fondato su istituzioni civili, esercito, tassazione e cittadinanza. Dall’altra esiste una componente religiosa che, in alcuni casi, non riconosce pienamente la legittimità dello Stato stesso.
Non tutti gli ebrei ultraortodossi hanno la stessa posizione. Sarebbe un errore ridurre una realtà molto articolata a un blocco unico. Alcuni gruppi partecipano attivamente alla vita politica israeliana, siedono nei governi, negoziano fondi pubblici e influenzano le decisioni parlamentari. Altri, invece, mantengono una distanza ideologica più radicale.
Per una parte dell’ebraismo ultraortodosso, la nascita di Israele prima dell’arrivo del Messia rappresenta un passaggio teologicamente problematico. Secondo questa visione, uno Stato ebraico fondato attraverso un progetto politico e nazionale non coincide con il compimento religioso atteso.
Da qui nasce una frattura che non è soltanto politica, ma spirituale e culturale. Alcuni gruppi considerano Israele una struttura necessaria per vivere e prosperare, altri lo vedono come una costruzione umana che non dovrebbe sostituire la dimensione religiosa.
Il punto che genera maggiore tensione nella società israeliana riguarda però il rapporto tra diritti e doveri.
Molti cittadini israeliani vedono con crescente insofferenza il fatto che una parte significativa del mondo ultraortodosso benefici di sostegni pubblici, riceva esenzioni dal servizio militare e mantenga un rapporto spesso conflittuale con lo Stato. In un Paese dove il servizio militare rappresenta uno degli elementi centrali dell’identità collettiva, il tema pesa molto nel dibattito pubblico.
Per una parte della popolazione israeliana, il problema non riguarda la religione, ma l’equilibrio. Se uno Stato finanzia scuole religiose, garantisce sussidi e protegge una comunità, allora una parte dell’opinione pubblica ritiene che debba esistere anche una partecipazione piena ai doveri civili.
Il conflitto diventa ancora più evidente nei momenti di crisi. Quando Israele affronta guerre, minacce esterne o mobilitazioni militari, la distanza tra chi serve nell’esercito e chi resta escluso dal sistema genera tensioni profonde.
Dentro questa dinamica emerge una domanda delicata: fino a che punto una comunità può prendere parte ai benefici dello Stato senza riconoscerne completamente la legittimità?
Israele vive da anni questo equilibrio instabile. Non è uno scontro tra ebrei e non ebrei, ma una discussione interna al mondo ebraico stesso. Una disputa che riguarda identità, religione, appartenenza e responsabilità.
La realtà è che Israele non è un blocco monolitico. È una società attraversata da correnti diverse, spesso in aperto conflitto tra loro. La presenza ultraortodossa rappresenta una delle questioni più sensibili e divisive, perché tocca il cuore stesso del rapporto tra fede e Stato.
Dietro questa frattura non c’è soltanto una divergenza politica. C’è una diversa idea di cosa significhi essere ebrei, cittadini e parte di una nazione moderna.
Piero Terracina

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