Il 26 Marzo del 1979 dopo una breve malattia moriva il leader e statista repubblicano Ugo Il Malfa. La ricorrenza merita una riflessione sulla figura politica e sul grande contributo che ebbe al rilancio dell’Italia post bellica. Era nato a Palermo nel maggio del 1903 ma aveva completato gli studi a Venezia dove si era trasferito. Negli anni universitari di Treviso ebbe i primi contatti con i movimenti repubblicani ed altri antifascisti. La carriera politica sbocciò al raggiungimento della laurea nel ’26 sotto l’influenza del liberale Giovanni Amendola quando la dittatura imposta da Mussolini godeva di ampio consenso tra gli italiani. Pochi anni dopo il giovane La Malfa venne arrestato. Per tutto il periodo prebellico fu accolto come redattore all’Enciclopedia Treccani, prima, e all’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli nel 1933, poi. Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, assunse il dicastero dei trasporti nel governo di Ferruccio Parri, poi ministro per il commercio estero in quello di Alcide De Gasperi. In tutto questo periodo Ugo La Malfa non mancò di seguire come Azionista l’organizzazione della resistenza in seno al Cnl (Comitato nazionale di liberazione). Nel congresso del1946 del Partito d’Azione, la corrente di Emilio Lussu prevalse ed aprì le porte all’adesione di Ugo La Malfa al partito Repubblicano Italiano. Da questo momento il giovane leader segnò una nuova e feconda stagione politica, rinnovando il partito dando un decisivo stimolo verso lo sviluppo dell’Italia. Il PRI, con lui, passò da una visione del “Mazzini mistico” al “Mazzini concreto” e sia pur tra i leader di un piccolo partito fu chiamato a ricoprire dicasteri importanti e strategici per il futuro del nostro paese. In gran parte il “boom economico” fu opera sua. Superando le resistenze delle lobby industriali conservatrici che facevano capo al liberale Malagodi, in veste di ministro del Commercio estero, Ugo la Malfa, portò a termine la liberazione degli scambi commerciali con l’estero e contribuì a nazionalizzare l’industria elettrica. Il decreto cambiò la sorte e il destino dell’Italia che stretta tra arretratezza agraria, e le ideologie delle due chiese, quella cattolica preconciliare democristiana e quella comunista, trovò nella giovane industria ed artigianato, imprenditori coraggiosi ed intraprendenti. Per La Malfa fu il più significativo successo politico cui se n’aggiunsero altri in seguito. La liberalizzazione dei mercati, però, fu il risultato più brillante perché provocò la rinascita e risollevò tantissimi italiani cambiandone i destini. Le sue intuizioni, le capacità politiche e la posizione del piccolo partito da sempre progressista e ben collocato nel gruppo dei partiti democratici ed occidentali, posero le condizioni alla “costituente programmatica” tra i partiti laici, ma senza successo. Al tempo stesso, per conseguenza, l’ala progressista del partito liberale staccandosi dalla maggioranza conservatrice di Malagodi, dette origine al Partito Radicale del liberale Villabruna. In questo contesto La Malfa si prodigò verso i suoi colleghi Saragat e Nenni in particolar modo per portare alla causa occidentale i due partiti socialisti, ponendo le basi del dialogo con quello comunista che avrebbe voluto vedere un giorno nell’alveo progressista, pronto per essere una base credibile in alternativa ai governi democristiani.
In parte, dopo l’elezione di Saragat a Presidente della Repubblica, egli riuscì nel suo intento di riavvicinare i due partiti socialisti alla causa occidentale, mentre per quello comunista i tempi non furono maturi, né i fatti dell’Ungheria cambiarono le condizioni. Nel 1966 con Giorgio Amendola, comunista e suo vecchio amico, aprirono un dibattito che pose le basi per creare in quel partito le condizioni d’affidabilità per governi alternativi a quelli democristiani. Negli anni settanta La Malfa rifiutò la carica di ministro del Tesoro perché il governo non preparò un piano strategico sul finanziamento d’importanti settori per lo sviluppo del paese come l’università, i trasporti, la sanità e la casa. In questi ultimi anni di vita la Malfa bloccò come ministro del Tesoro l’aumento di capitale della Finambro che provocò il conseguente fallimento delle banche di Michele Sindona. L’ultimo decisivo contributo politico riguardò l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo. In tutto l’arco della sua vita, l’impegno di La Malfa fu quello di conciliare l’equilibrio finanziario dello Stato con l’esigenza di elevare il suo popolo verso l’emancipazione economica e morale. Fu questo, molto difficile per l’atavica arretratezza che ci allontanava dai paesi più sviluppati. Il rigore finanziario e la sobrietà della visione civile procurarono a La Malfa molte difficoltà ed oppositori ovunque. L’approccio scientifico ai problemi sociali, il modo, quasi da giansenista, nell’affrontare con rigore l’impegno civile, portò i suoi avversari politici a considerarlo un “ Cassandra”; tanto critica, i bilanci fuori posto dello Stato dei governi cui peraltro e in parte, partecipa. Da quei governi democristiani e da lì in poi, il debito pubblico del paese raggiunse vette fino ad oggi incontrollate, a tal punto da non far più notizia. Sicuramente non bastano queste modeste righe a dipingere un quadro preciso e dettagliato dell’uomo e dell’Italia in cui visse. Piace a me ricordarlo nel trentunesimo anno dalla scomparsa, e in specie ai ragazzi d’oggi che non sanno chi fosse, che cosa avesse fatto e quale contributo avesse dato al nostro paese perché potesse essere sempre più integrato fra i paesi europei per civiltà, libertà di pensiero e lavoro.
Enrico Martelloni
Mi permetto una chiosa, una sola, al brillante articolo di Martelloni. Giuseppe Saragat fu da subito, in maniera del tutto autonoma, per la “causa occidentale”, tanto da spaccare il partito socialista e fondare il PSLI (poi PSDI) fino dal 1947. Ciò permise di battere il fronte popolare (alleanza PCI-PSI) ed evitare che l’Italia venisse risucchiata dal blocco delle “democrazie popolari” dell’est Europa.
Faccio questa precisazione non per puntiglio ma per meglio permettere di capire la storia dei partiti socialisti e laici italiani. I quali ebbero grandi meriti e grandi uomini. E questi grandi uomini erano anche grandi narcisi. Che mai si sarebbero messi l’uno nella scia dell’altro. Capito il rovescio della medaglia e la ragione di tanti rovesci? (n.c.)

Interessante sarebbe studiare il tentativo (purtroppo fallito) di Ugo La Malfa di dar vita ad una terza forza (liberali, repubblicani, socialdemocratici, socialisti, azionisti) in grado di contrastare il blocco clericale e quello social-comunista. Una terza forza capace di creare l’alternativa ai governi democristiani.
P.S: a quanto pare non solo l’estremismo fu la malattia infantile di certa sinistra, ma anche il narcisismo. Da Lenin a Freud il passo è breve.
Ringrazio il dottor Cariglia per la precisazione che a me è mancata.