
La proposta circolata negli ambienti UEFA di escludere Israele dalle competizioni europee è il punto più basso a cui il calcio abbia mai rischiato di piegarsi: la trasformazione definitiva dello sport in tribunale politico. Non è più questione di bandiere in curva o di striscioni tollerati: qui si ipotizza la cancellazione di una nazionale intera perché la sua esistenza disturba l’umore di una parte del pubblico.
Chi chiede l’espulsione di Israele non lo fa in nome della neutralità, ma di un tifo che ha smesso da tempo di riguardare il pallone. È la stessa tifoseria che esulta non per un gol, ma per i proclami di Hamas, che non è un movimento di “resistenza folclorica”, ma un partito politico e militare che ha messo nero su bianco nel proprio statuto obiettivi genocidi: la distruzione di Israele, l’eliminazione degli ebrei, la cancellazione di un popolo intero. Non interpretazioni, ma testi.
Lo stadio europeo è diventato platea di questa narrazione, e la massa che si agita sugli spalti confonde l’empatia per i civili palestinesi — doverosa, umana, imprescindibile — con la legittimazione di chi quegli stessi civili usa come scudi e merce di scambio. È un errore che diventa colpa quando si trasforma in coreografia, in slogan, in pressione politica che pretende di piegare perfino il calcio, lo spazio che dovrebbe restare neutro per eccellenza.
E c’è un paradosso ancora più amaro: le stesse folle che credono di “stare dalla parte giusta” dimenticano che la storia che dicono di evocare — quella di popoli oppressi, di identità negate — è esattamente la storia ebraica. Il popolo che da millenni cerca autodeterminazione non è un’invenzione recente, non è un abuso contemporaneo: è il cuore di una vicenda che ha plasmato la civiltà. Se quelle masse avessero un minimo di coerenza storica, capirebbero che oggi il vero simbolo di autodeterminazione — spogliato dalle caricature ideologiche — è Israele.
E qui sta il nocciolo: se Gesù, Mosè o qualunque altro riferimento che le piazze amano piegare a slogan potesse parlare, non legittimerebbe il programma di chi invoca la morte degli ebrei. Difenderebbe il diritto di un popolo a vivere nella propria terra, senza minacce di sterminio. È questo che le masse non vedono, e che il calcio — piegato alle pressioni — rischia di legittimare.
Escludere Israele non significherebbe applicare una regola sportiva: significherebbe cedere al ricatto di chi usa il pallone come megafono per un progetto di distruzione. Significherebbe dire che le regole valgono solo quando fanno comodo, che lo sport è neutro tranne quando la piazza chiede sangue.
Se il calcio diventa questo, non è più calcio. È la scenografia di un processo politico. E allora non stupiamoci se un giorno, al posto dei cori, ascolteremo sentenze. Non arbitri col fischietto, ma masse con il dito puntato. Non più sport: un plebiscito travestito da partita.
Nico Kir

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