Giudizi unanimi. La Brexit è stata un errore. Però bisogna avere il coraggio di dire che è stato un errore che ha, dalla sua, non poche giustificazioni. La più grande è anche la più semplice: l’Europa non piace perchè non esiste. Almeno non esite quell’Europa che è stata alla base del progetto di unificazione. Una Comunità sovranazionale, fortemente integrata con una politica ed un’economia comuni, in grado di affrontare e risolvere meglio le grandi sfide della globalizzazione e, sul piano interno, di garantire ai propri cittadini sicurezza e benessere. Quest’Europa non c’è e allora, come risposta alla sua assenza, in tanti pensano che sia meglio tornare ai vecchi confini statuali. Alla base di questo stato di cose due errori iniziali di impostazione, errori che se non vengono rapidamente corretti continueranno a produrre i loro effetti negativi e porteranno, in progresso di tempo, alla fine del progetto. Il primo è stato quello di avere scelto di costruire l’Europa unita sulla base di un’idea funzionalista. Viste le difficoltà di iniziare la costruzione cedendo quote di sovranità al nuovo organismo si è pensato di integrare settori a prevalente carattere tecnico nella convinzione che questo avrebbe comportato un sempre più esteso passaggio di competenze dagli organismi nazionali a quelli sovranazionali. La conseguenza è stata che si è andati avanti sull’integrazione tecnica, esempio principe la moneta unica, ma si è rimasti fermi su quella politica. In pratica le “funzioni tecniche” non hanno fatto da traino a quelle politiche. L’Europa si è così trasformata in un organismo burocratico, non democratico, che passa il tempo a mettere a punto le dimensioni che, per andare al mercato, devono avere le vongole ma non riesce a coordinare una politica per la sicurezza in- terna a fronte del terrorismo. A questo si è poi aggiunto un altro errore che ha rafforzato il primo. Per avere un’economia di massa critica sufficiente a competere sui mercati globali si è proceduto a continui e successivi allargamenti che, ovviamente, invece di portare ad un rafforzamento del nucleo già esistente hanno portato all’annacquamento di quanto già raggiunto in tema di unità. Il risultato è sotto gli occhi tutti. Un’ Europa burocratica, tecnica, “funzionale” ma priva di un’anima e di una politica comune nel settori che contano, la sicurezza, il welfare, il livello di tassazione, l’immigrazione, l’atteggiamento da tenere nei confronti del resto del mondo.
Se non si parte da qui, dalla consapevolezza degli sbagli fatti, non si va da nessuna parte. L’ Europa deve reagire e avviare un vero processo di integrazione, con una progressiva cessione di sovranità. Al di là delle tante parole di questi giorni non è scontato che questo avvenga. Nel 2009 i campanelli d’allarme che suonarono con il voto negativo di Francia e Paesi Bassi sulla ratifica della Costituzione europea, che a seguito di quei voti fu poi abbandonata, non produssero alcun risultato. Se anche oggi non si avrà una sostanziale inversione di tendenza l’esempio inglese sarà seguito, prima o poi, da altri Paesi e allora si potrà davvero scrivere la parola fine sul sogno di un’Europa unita.
La Gran Bretagna comunque, per quanto la riguarda, ha innescato una miccia che potrebbe far esplodere il Regno Unito. Scozia e Irlanda del Nord sono già sul piede di guerra. Come ha scritto l’Economist, la Gran Bretagna potrebbe presto diventare un piccola Inghilterra.
Le scorciatoie populiste non producono mai risultati positivi ma non se ne può fare una colpa a chi ha votato, in buona fede, per la Brexit. La colpa è di chi ha azzardato la carta di un referendum di cui non c’era assolutamente bisogno e di chi ha fatto dell’Europa un luogo grigio e burocratico. Sfiduciare Jean-Claude Juncker forse non servirebbe a niente, fra l’altro è solo l’ultimo anello di una catena, ma sarebbe un segnale importante per invertire la rotta.

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