
di Giuliano Battiston*
Martedì 23 giugno una delegazione di cinque esponenti dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il governo non riconosciuto dei Talebani, è stata ospitata a Bruxelles, per un incontro presentato come “tecnico” per facilitare il rimpatrio di quegli afghani che hanno commesso reati o la cui richiesta di asilo è rigettata. Si tratta della prima visita in Europa da parte di esponenti dell’Emirato (di cui si abbia conoscenza): un inedito assoluto, esito di una lunga traiettoria diplomatica e carico di significato politico, tanto da aver sollevato fortissime critiche e numerose proteste.
Le contestazioni
“No alla visita dei Talebani a Bruxelles, che rischia di legittimare il loro governo. No alle deportazioni di migranti afghani, contrarie al diritto internazionale”. Erano nette, già a metà giugno, le richieste avanzate da 42 associazioni afghane – da Rawadari a Madre al Civil Society and Human Righrs Network – nella lettera congiunta inviata tra gli altri alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni, Magnus Brunner. Una lettera scaturita dall’ammissione esplicita da parte di uno dei portavoce della Commissione, Markus Lammert, il 12 maggio 2026, dell’invito rivolto dalla Commissione esecutiva dell’Unione europea e dal ministro della Giustizia svedese alla delegazione talebana, già trapelato sui media. Per le associazioni firmatarie della lettera, il rischio è che la dicitura “colloqui tecnici” nasconda un graduale, indiretto ma politicamente sostanziale riconoscimento de facto dell’autorità dei Talebani. Questo accade proprio nei giorni in cui al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel rinnovare di un anno il mandato della missione a Kabul (Unama), si discute anche sulla necessità di rinunciare alla formula fin qui adottata di “autorità di fatto”, per quella più neutra di “autorità competenti”.
Il rischio, si leggeva nella lettera congiunta, è “la legittimazione dei Talebani, i cui vertici sono ricercati dalla giustizia per presunti crimini contro l’umanità, tra cui la persecuzione di genere”. Il riferimento è ai mandati di arresto spiccati dalla Corte penale internazionale nei confronti del leader supremo, Hibatullah Akhundzada, e del capo della Corte di giustizia, Abdul Hakim Haqqani, a capo della Corte Suprema. Accusati del crimine contro l’umanità di persecuzione “per motivi di genere, contro ragazze, donne e altre persone non conformi alla politica dei Talebani in materia di genere e identità”. Atti “di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, compresa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”. Che continuano ancora oggi, come dimostra la violenta repressione delle manifestazioni del 9 giugno a Herat, nell’ovest del Paese, quando i Talebani hanno aperto il fuoco contro donne e uomini che protestavano contro le operazioni precedenti della “polizia morale” del ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. I mandati per i due leader talebani sono stati spiccati un anno fa, nel luglio 2025, subito dopo che l’Emirato aveva incassato il primo e finora unico riconoscimento formale, da parte della Russia. Allora, l’associazione Rawadari, tra le promotrici dell’appello di questi giorni, aveva accolto con favore la decisione della Corte penale, leggendola anche come una risposta indiretta all’annuncio di Mosca: “riconoscere i Talebani non solo impedisce la giustizia, ma consente anche il proseguimento e il sostegno a diffuse violazioni dei diritti umani”. L’invito a Bruxelles sembra andare nella direzione opposta.
Scopi dell’incontro di Bruxelles
La visita a Bruxelles serve a “europeizzare” quanto alcuni Paesi – Germania e Austria – già fanno: espellere, deportandoli in Afghanistan, quegli afghani le cui domande di asilo siano state respinte o che abbiano commesso reati. L’ultimo volo che, proveniente dalla Germania, ha rimpatriato migranti afghani è del 16 giugno. Il primo risale invece all’agosto 2024, poche settimane dopo la formalizzazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Emirato delle norme “per la Virtù e contro il vizio” che segnavano l’istituzionalizzazione dell’apartheid di genere.
Può stupirsi dell’incontro, però, solo chi non abbia seguito con attenzione l’evoluzione dei rapporti diplomatici tra Kabul e i Paesi europei da quando il movimento islamista ha riconquistato il potere, nell’agosto 2021. O chi abbia scordato quanto veniva fatto al tempo della Repubblica islamica, il precedente regime. Obiettivo della visita di martedì a Bruxelles, e dei prossimi colloqui che si terranno a Kabul e in altre sedi, è infatti riprendere a pieno regime quel che si faceva regolarmente già al tempo della Repubblica islamica, quando Bruxelles imponeva al governo afghano, a corto di finanziamenti, ciò che molti definivano come accordi ricattatori, prima il Joint Way Forward, firmato nell’ottobre 2016, poi la Joint Declaration on Migration/Cooperation (Jdmc) siglata il 28 aprile 2021. Soldi e aiuto allo sviluppo in cambio della disponibilità a riaccogliere in patria i migranti afghani.
Sarà utile ricordare che c’è stato un lungo lasso di tempo – quello della guerra guerreggiata tra il governo di Kabul sostenuto dalla Nato contro i Talebani – in cui dai Paesi europei partivano voli charter che deportavano in Afghanistan, Paese in guerra, i migranti afghani. L’Unione europea, dunque, torna coerente con sé stessa, con le politiche già adottate. Basti pensare che pochi giorni prima della caduta di Kabul, nel pieno dell’offensiva militare talebana che li avrebbe ricondotti al potere, e dopo una campagna di omicidi mirati che colpiva attiviste, giornalisti, difensori dei diritti umani, nell’agosto 2021, i ministri degli Interni e delle Migrazioni di Austria, Danimarca, Grecia, Germania, Paesi Bassi e Belgio inviarono una dura lettera alla Commissione europea. Si trattava di una risposta alla nota verbale con cui l’8 luglio di quell’anno il ministero per i Rifugiati e i rimpatriati di Kabul comunicava all’Ue la sospensione per tre mesi dell’accettazione dei migranti afghani rimpatriati. Per i ministri europei, la sospensione era inaccettabile perché violava gli accordi tra Bruxelles e Kabul, e parlavano di un «urgente bisogno di realizzare rimpatri, sia volontari che involontari, in Afghanistan».
Dopo la restaurazione dell’Emirato, c’è stata una pausa. Ma, come abbiamo visto, alcuni Paesi europei, attraverso relazioni bilaterali o in alcuni casi passando per la mediazione del Qatar, hanno ripreso le vecchie politiche. Fino alla nuova lettera dell’ottobre 2025 di una ventina di governi dell’Unione guidati da Van Bossuyt, ministro belga per l’immigrazione, in cui si sollecitava la Commissione a un maggiore coordinamento UE in materia di espulsione dei cittadini afghani “irregolari” e con precedenti penali, con un nuovo accordo-europeo.
Nessuna vera novità, dunque, da parte della Commissione e dell’Unione europea. Semmai, il tentativo di ripristinare meccanismi già collaudati ampiamente, che già in passato hanno sollevato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani – a partire dalla violazione del principio del non refoulement, di non respingimento –, meccanismi solo parzialmente sospesi dopo il collasso della Repubblica islamica. Quando i governi europei si affrettarono a promettere molto, per scordarsi presto delle promesse. Se nel 2022 Berlino aveva promesso di accoglierne fino a 1.000 attivisti afghani al mese, due anni dopo, appena prima del primo volo di deportazione, erano circa 500. Mentre ha appena annunciato l’intenzione di gestire fino a tre voli charter al mese per le deportazioni in Afghanistan.
Cosa chiede e cosa ottiene in cambio l’Emirato?
Se l’Europa ottiene facilitazioni nel deportare i migranti afghani, l’Afghanistan ottiene due cose in particolare: la prima è una legittimazione di fatto del governo, a dispetto delle ripetute rassicurazioni da parte di Bruxelles sulla natura tecnica e informale dell’incontro e dell’insistenza sul fatto che non preluda a un riconoscimento formale dell’Emirato. Questo viene inoltre dichiarato da Gilles Bertrand, inviato speciale di fresca nomina dell’Unione europea per l’Afghanistan che, in un’intervista rilasciata all’emittente afghana della diaspora Amu TV, ha sottolineato: «non si tratta di una visita politica, non modifica la politica dell’Unione europea di non riconoscere le autorità de facto». Sono, però, parole semanticamente scariche: per i Talebani si tratta comunque di un capitale simbolico politicamente molto importante, che Kabul già sta giocando sia in chiave interna, rivendicando di aver ristabilito buoni rapporti con l’Europa, sia sul piano internazionale, dove può mostrare uno dei successi dell’attivismo incessante del ministro degli Esteri, Amir Khan Muttaqi, uomo della vecchia guardia e dell’ala pragmatica che in passato ha visto spesso frustrati i tentativi di riavvicinamento con la diplomazia euro-atlantica a causa dell’adozione di politiche discriminatorie verso le donne, volute da Kandahar, l’altro centro di potere dell’Emirato.
Come visto, la visita della delegazione talebana a Bruxelles avviene poche settimane dopo la violenta repressione delle manifestazioni di Herat. E a poco più di un mese dall’adozione da parte del ministero della Giustizia dell’Emirato dell’articolo 18, che indirettamente legittima i matrimoni precoci delle ragazze. Che Bruxelles non abbia avvertito la necessità di annullare o posticipare la visita manda un segnale politico chiaro: discriminazione di genere e repressione sono considerati parte inevitabile del governo dei Talebani con cui, però, sulle migrazioni (oltre che su controterrorismo e contrasto al narcotraffico) si parla.
Le sedi diplomatiche in Europa sono la vera posta in gioco
L’altra cosa che chiedono e che parzialmente ottengono i Talebani, la vera posta in gioco dal punto di vista di Kabul, è la “sovranità” sulle sedi diplomatiche e consolari afghane in Europa. In Asia occidentale, Asia centrale e nel sud-est asiatico la crescente normalizzazione dei rapporti bilaterali ha consentito a esponenti dell’Emirato di sostituire i rappresentanti del vecchio regime, quei funzionari rimasti a rappresentare un governo che non c’è più, collassato sotto i suoi stessi difetti, prima ancora che su spinta dei Talebani. Per Kabul, sono pedine essenziali, perché consentono una graduale legittimazione formale, maggiori entrate economiche, interlocuzione più stabile con le istituzioni del Paese ospite, possibilità di controllo e monitoraggio sugli afghani della diaspora (un elemento enfatizzato dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’associazionismo afghano in Europa e altrove, dove cresce la preoccupazione).
È un punto cruciale per l’Emirato, che prima – nel luglio 2024 – ha dichiarato nulli tutti i documenti rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche afghane in Europa che non erano scese a patti con Kabul, così da occludere un importante canale di finanziamento e forzare l’Europa a maggiore pragmatismo, facendo capire chi governa davvero. E poi è riuscito a far accettare i propri rappresentanti in sostituzione dei vecchi. È già avvenuto o sta avvenendo a Berlino e Bonn, oltre che in Norvegia. Altrove, come in Spagna, c’è un ri-allineamento in corso, mentre in Paesi come l’Italia si tiene alta la bandiera della defunta Repubblica islamica, contestando ogni apertura al governo, considerato illegittimo, dei Talebani.
Il portavoce del ministero degli Esteri e responsabile del settore Europa per l’Emirato, Abdul Qahar Balkhi, non ha nascosto l’obiettivo ultimo della visita a Bruxelles di estendere la rete consolare e rafforzare i rapporti diplomatici. Agire, dunque, come un vero governo. “Nel corso del mio viaggio, ho discusso con i paesi membri dell’Unione Europea, in riunioni multilaterali e bilaterali, il riavvio dei servizi consolari per gli afghani residenti in Europa, la costruzione della fiducia, una presenza efficace e le vie per risolvere i problemi di coloro che hanno chiesto asilo in Europa”. Per ora, la maggior parte delle sedi diplomatiche europee è in stallo, sospesa tra il non-più della sovranità defunta della Repubblica e il non-ancora della sovranità de facto ma non de jure dell’Emirato. Ma la sostituzione dei funzionari vecchi con i nuovi è solo all’inizio. Avverrà gradualmente, di pari passo con le deportazioni dei migranti verso l’Afghanistan.
Giuliano Battiston
*Istituto Ispi

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