
Ieri, 11 settembre 2025, a Bruxelles il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a considerare il riconoscimento dello Stato di Palestina: 305 voti favorevoli, 151 contrari, 122 astensioni. Numeri chiari, clima rovente, aula spaccata.
Mettiamo le cose in chiaro: quel voto non crea uno Stato, crea aspettative e narrazioni. Sul tavolo c’è di tutto, ideologie, calcoli di palazzo, posture strategiche, immagini che colpiscono allo stomaco e un bel po’ di moralismo da quattro soldi. Un minestrone che spesso non nutre, scalda per un giorno e si raffredda quello dopo.
Il punto giuridico è semplice. Il riconoscimento è un atto sovrano dei singoli governi, non dell’Unione nel suo insieme. Ha senso solo se poggia su coordinate solide: confini definiti, istituzioni responsabili, sicurezza reale, rapporto strutturato con Israele, rappresentanza palestinese legittimata e unitaria. Senza questi cardini il riconoscimento è una medaglia di carta, brilla alla conferenza stampa e si spenge alla prima pioggia.
Poi c’è il livello strategico, quello concreto. L’Europa vive nel Mediterraneo, non in laboratorio. Parliamo di rotte energetiche, controllo delle frontiere, lotta al terrorismo, stabilità dei vicini, equilibrio con Washington e con le capitali arabe. Se il riconoscimento non diventa leva diplomatica utilizzabile, con garanzie credibili per la sicurezza israeliana e incentivi robusti, condizionati e misurabili per riformare la governance palestinese, resta un gesto identitario. Da sventolare, non da usare.
Esiste anche la lettura più cruda, che molti pensano e pochi dicono. Il riconoscimento unilaterale servirebbe a stanare l’ambiguità e costringere la leadership palestinese a una scelta netta: autodeterminarsi davvero, fissare i propri confini, riconoscere i propri confinanti. In pratica, riconoscere esplicitamente il diritto all’esistenza di Israele. Nel migliore dei casi è una spinta a uscire dal limbo. Nel peggiore è retorica tossica che si sgonfia al primo scoglio, perché senza impegni verificabili e conseguenze chiare irrigidisce le posizioni invece di scioglierle.
Sul piano interno ogni capitale europea ha il suo termometro. Governi in equilibrio, opposizioni nervose, piazze accese. Il rischio è la risposta riflessa: un comunicato per calmare, una formula ambigua per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Così non si fa politica estera, si gestisce il ciclo mediatico.
Poi c’è il piano morale, che va ripulito con il bicarbonato del buon senso. Le immagini feriscono, ma l’emozione non può sostituire la verifica. Troppa gente in buona fede scambia narrazione per fatto, abboccando a favole confezionate da Hamas e rilanciate in loop. Nessun megafono mediatico merita un lasciapassare fideistico. Umanità non significa credulità. Significa tenere insieme pietà per i civili e rigore nel separare testimonianze controllabili da storytelling militante. Empatia sì. Rinuncia all’analisi no.
La domanda che conta è una sola: cosa cambia il giorno dopo. Se il riconoscimento non sta dentro un pacchetto serio, sicurezza per Israele, unità e riforme istituzionali sul versante palestinese, controllo effettivo delle armi nelle aree sotto autorità palestinese, sostegno economico vincolato a risultati misurabili, allora abbiamo solo spostato una virgola. Il conflitto resta, il disordine resta, la propaganda ringrazia.
E quindi la domanda finale va posta senza giri di parole. Se nel 1947 e più volte dopo una parte delle leadership arabe e palestinesi ha rifiutato proposte di statualità, perché dovrebbe accettarle oggi. Un riconoscimento unilaterale europeo, se non è incardinato in doveri stringenti, rischia di diventare una scorciatoia morale, la maniera elegante per alleggerirsi la coscienza. Gli aiuti continueranno a scorrere, ma senza riforme, responsabilità e un riconoscimento esplicito di Israele come vicino legittimo cambierà poco o nulla.
La verità, scomoda ma semplice, è questa. Riconoscere non è un atto magico, è un impegno. Vale se lo riempi di condizioni chiare e conseguenze reali. Meno comunicati, più cantieri. Meno moralismo, più coerenza. Meno bandiere alle finestre, più lavoro serio di negoziato, sicurezza, riforme e garanzie. Si tratta di un riconoscimento unilaterale. Dall’altra parte, al momento, non esiste un interlocutore credibile.
Piero Terracina

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