
Israele annuncia l’espansione delle colonie, compreso l’E1. Una mossa presentata come urbanistica, in realtà geopolitica. Connettere Ma’ale Adumim a Gerusalemme Est significa spaccare la Cisgiordania in due, isolare Gerusalemme dai territori palestinesi, trasformare in macerie l’ultima illusione di contiguità territoriale. È la scelta di chi vuole mettere fine, non solo a Gaza, ma all’idea stessa di Stato Palestinese.
Ma questo non accade nel vuoto. Succede mentre Hamas, dopo il 7 ottobre, dopo gli assassinii mirati dei suoi leader, dopo la morte di Sinwar, si riorganizza. Hamas non è più un governo. È un’insorgenza. Tre tavoli, tre assi, una stessa logica.
Il primo: dentro Gaza. Hamas ha perso ministeri, uffici, strutture statali. Ma non ha perso la capacità di colpire. I tunnel restano, centinaia di chilometri scavati sotto le macerie, bocche di accesso nascoste. Migliaia di giovani reclutati negli ultimi mesi, addestrati al minimo indispensabile per azioni rapide: un ordigno improvvisato, un cecchino, un attacco lampo. È la guerra di logoramento: costi bassi, effetti mediatici alti, consumo lento dell’avversario. Non cerca di governare, cerca di resistere, a tempo indeterminato. Ogni quartiere che Israele dichiara “ripulito” è un terreno dove Hamas può riemergere il giorno dopo.
Il secondo: il negoziato sugli ostaggi. Hamas non si siede al tavolo per risolvere il conflitto, ma per sopravvivere. Chiede ritiro israeliano, scambi di prigionieri, tregua lunga. Non arretra nemmeno dopo gli attacchi contro i suoi capi in diaspora. Usa gli ostaggi come moneta politica, come leva umanitaria. Risposte positive ma condizionate, richieste di mappe, dettagli, garanzie. Ogni video rilasciato, ogni prova di vita è un messaggio calibrato: Hamas è ancora attore politico, non solo milizia. Più Israele avanza con colonie e occupazioni, più Hamas può dire: vedete, la diplomazia palestinese moderata non ha ottenuto nulla, solo la nostra linea porta risultati.
Il terzo : la regione. Hamas non è sola. Hezbollah, anche senza Nasrallah, resta una minaccia a nord. Gli Houthi colpiscono rotte marittime e alzano i costi globali. L’Iran finanzia, arma, protegge. Hamas non controlla questi attori, ma li cavalca: ogni missile dal Libano, ogni drone dal Mar Rosso è propaganda gratuita per la “resistenza”. Il conflitto diventa multi-teatro, Israele deve guardare a nord, a sud, al mare. Gaza non è più un punto isolato, è parte di un fronte coordinato.
E qui l’espansione delle colonie diventa la tessera mancante. Israele crede di rafforzarsi creando continuità territoriale per i coloni. In realtà alimenta la continuità strategica di Hamas. Ogni bulldozer che costruisce case per gli israeliani è un manifesto che Hamas usa per arruolare giovani palestinesi. Ogni villaggio tagliato da una nuova strada diventa un simbolo di ingiustizia che la propaganda trasforma in carburante. Ogni dichiarazione di “annessione” è la prova che la lotta armata è l’unica opzione.
La comunità internazionale condanna, minaccia, ammonisce. Israele calcola che il prezzo sia sopportabile. Hamas, invece, non paga nulla. Non deve vincere, gli basta non perdere. Non deve governare, gli basta sopravvivere. E se la prospettiva di uno Stato Palestinese muore sotto le ruspe israeliane, Hamas si presenta come unico difensore rimasto.
La logica si chiude così: Israele costruisce muri, Hamas costruisce consenso. Israele pensa di congelare il conflitto con fatti compiuti, Hamas pensa di renderlo eterno con una guerriglia a basso costo. Due strategie che si incastrano, che si rafforzano a vicenda, che allontanano la pace e mantengono il Medio Oriente in un equilibrio instabile e crudele.
Il vero errore non è solo politico, è strategico. Più Israele espande le colonie, più rende irrilevante ogni interlocutore palestinese moderato. Più Hamas resiste, più dimostra che la moderazione non paga. È un circuito chiuso che produce una sola certezza: nessuno vincerà mai davvero, ma entrambi potranno sopravvivere continuando a nutrirsi l’uno dell’altro.
Nico Kir

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