
Mentre l’attenzione continua a concentrarsi sui missili, sulle offensive e sulle trattative diplomatiche, esiste una prospettiva che potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del continente molto più di qualsiasi avanzata sul campo di battaglia: l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.
Per Mosca il problema non è soltanto militare, visto il fallimento della sua azione sul campo. La vera sfida per il Cremlino è vedere un Paese che per decenni è stato considerato parte della propria sfera d’influenza integrarsi stabilmente nelle istituzioni economiche, giuridiche e politiche europee.
L’adesione all’Unione significherebbe accesso al mercato unico, investimenti, standard normativi comuni, protezioni giuridiche, infrastrutture finanziate a livello europeo e una progressiva integrazione economica con l’Occidente. In altre parole, tutto ciò che la Russia ha cercato di impedire sin dall’inizio della crisi ucraina.
Per Putin sarebbe una sconfitta strategica di proporzioni storiche. Non perché l’Ucraina entrerebbe automaticamente nella NATO, ma perché verrebbe sancito il fallimento dell’obiettivo politico fondamentale perseguito negli ultimi anni: mantenere Kiev nell’orbita russa o quantomeno impedirne l’allineamento definitivo all’Europa.
La forza dell’Unione Europea non risiede nei carri armati ma nella capacità di attrazione economica. È questo il vero elemento che Mosca osserva con crescente preoccupazione. Le guerre possono congelare i confini, ma difficilmente riescono a fermare processi economici e sociali che si sviluppano nell’arco di una generazione.
Naturalmente il percorso resta lungo e complesso. L’Ucraina dovrà affrontare riforme profonde, adeguare il proprio sistema istituzionale agli standard europei e ricostruire una parte significativa del Paese. Nessuno immagina un ingresso immediato. Tuttavia la direzione politica appare ormai definita.
Paradossalmente, più il conflitto si prolunga, più diventa evidente che il vero terreno sul quale si misurerà il successo o il fallimento della strategia russa non sarà il Donbass ma Bruxelles.
Resta poi il caso italiano, da sempre caratterizzato da un andamento politico piuttosto ondivago quando si affrontano i grandi dossier europei. Tra prudenza diplomatica, interessi economici, sensibilità interne e inevitabili esigenze di consenso, Roma tende spesso a muoversi con maggiore cautela rispetto ad altri partner dell’Unione. Tuttavia esiste una realtà difficilmente contestabile: l’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’UE e la sua collocazione strategica, economica e politica resta strettamente legata alle decisioni collegiali europee. Per questo motivo, al di là delle dichiarazioni dei singoli governi e delle polemiche del dibattito interno, appare difficile immaginare una posizione italiana realmente alternativa a quella che verrà definita all’interno delle istituzioni europee. L’Italia potrà discutere modalità, tempi e condizioni dell’adesione, ma se il processo di integrazione dell’Ucraina dovesse consolidarsi, sarà inevitabilmente chiamata ad accompagnarlo insieme agli altri partner dell’Unione.
Se un domani l’Ucraina dovesse sedere a pieno titolo nelle istituzioni europee, il risultato sarebbe difficilmente contestabile. Dopo anni di guerra, sanzioni, isolamento internazionale e costi economici enormi, Mosca si troverebbe di fronte esattamente allo scenario che aveva cercato di evitare.
Le guerre si vincono sul terreno, ma gli assetti geopolitici si consolidano nelle istituzioni, non abbattendo dei condomini. Ed è probabilmente questa la prospettiva che oggi preoccupa il Cremlino molto più di qualsiasi offensiva militare. L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea rappresenterebbe infatti non soltanto una vittoria politica per Kiev, ma la certificazione definitiva del fallimento strategico di una visione imperiale che continua a guardare al passato mentre l’Europa, tra mille difficoltà, continua a costruire il proprio futuro.
Piero Terracina

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