A quattro anni dall’inizio della guerra russa la situazione all’est dell’Ucraina è tutt’altro che stabilizzata. C’è però qualche segno, qualche novità che merita di essere segnalata.
Quando cala il buio sul fronte ucraino, la guerra cambia volto. Nelle ultime settimane ufficiali di Kyiv e analisti occidentali descrivono truppe russe “lasciate al buio” sul piano delle comunicazioni, dopo lo stop all’uso di Starlink da parte delle unità di Mosca, mentre reparti scelti ucraini attraversano fiumi e canali in operazioni notturne sempre più coordinate. È qui che si sta giocando quella che a Kyiv molti chiamano, non ufficialmente, la nuova “battaglia dei fiumi”.
Secondo fonti ucraine citate da AFP e da vari media internazionali, il blocco dell’accesso russo ai terminali Starlink – rete satellitare che fornisce connessioni a banda larga sul campo – ha avuto un impatto immediato sulla capacità di comando e controllo tattico delle forze di Mosca, in particolare sull’impiego dei droni. Un consigliere tecnologico del ministero della Difesa ucraino ha parlato di “disastro” per i russi, sottolineando come molte delle loro unità di prima linea si affidassero a Starlink per collegare droni da ricognizione, artiglieria e fanteria avanzata.
Starlink, il buio e la finestra notturna

Il punto non è solo tecnico, ma operativo. In un campo di battaglia in cui la vista è affidata in larga parte a droni e sensori, tagliare o degradare la rete di comunicazione significa ridurre drasticamente la capacità di “vedere” e reagire in tempo reale, soprattutto di notte. Mentre Mosca cerca di ripiegare su sistemi satellitari propri, come le costellazioni Yamal ed Express, le grandi antenne necessarie per ricevere il segnale diventano bersagli visibili e relativamente facili da colpire per l’artiglieria o i droni ucraini.
Risultato: i russi sono costretti ad arretrare molti di questi nodi di comunicazione di vari chilometri dietro il fronte e a “tirare” il segnale verso la prima linea con collegamenti Wi‑Fi più fragili, mentre gli ucraini mantengono una rete più vicina alle unità combattenti. Per Kyiv si apre così una finestra tattica, in particolare nelle ore notturne, in cui il nemico è meno capace di coordinare droni d’attacco, fuoco d’artiglieria e movimenti di fanteria, proprio nel momento in cui le forze ucraine intensificano raid e attraversamenti fluviali.
Dal Dnipro all’Oskil, passando per una costellazione di canali e affluenti, i fiumi ucraini sono diventati linee di frizione permanente. Dopo la liberazione della riva occidentale di Kherson nel 2022, le forze di Kyiv hanno iniziato una serie di attraversamenti mirati del Dnipro, spesso con piccoli reparti di fanteria di marina e forze speciali, per saggiare le difese russe sulla riva opposta, catturare prigionieri e creare piccole teste di ponte.
Nel 2023 e 2024 questi raid si sono evoluti: in più punti del fronte, soprattutto a sud, gli ucraini sono riusciti a stabilire e mantenere posizioni stabili sulla riva orientale, collegando fra loro diversi punti di sbarco e avanzando gradualmente verso l’interno. In un contesto saturo di droni e sorveglianza aerea, attraversare un grande fiume e spingersi oltre con equipaggiamento leggero è già di per sé un risultato tattico notevole; farlo in modo coordinato su più assi e di notte, sfruttando la superiorità di connessione, aumenta il logoramento delle unità russe schierate sulle rive.

Per Mosca i corsi d’acqua avrebbero dovuto funzionare come barriere naturali dietro cui stabilizzare la linea del fronte, per poi superarla per nuove acquisizioni. Nella pratica, la combinazione di raid ucraini, fuoco di controbatteria guidato da droni e difficoltà nel rifornire e ruotare le truppe in prima linea ha trasformato molti di questi fiumi in frontiere mobili, dove gli avanzamenti e le ritirate si misurano in pochi chilometri ma hanno un forte valore simbolico e politico.
L’esercito dei treni e il tempo che manca
Il fattore tempo è cruciale, e qui entra in gioco la struttura logistica russa. Diversi studi sulla campagna del 2022 e sugli sviluppi successivi mostrano come le forze di Mosca restino fortemente dipendenti dalla ferrovia per spostare uomini, munizioni e carburante verso il fronte. I treni possono portare grandi volumi, ma solo fino a stazioni e snodi – i cosiddetti railhead – spesso situati decine di chilometri dietro la linea di contatto, soprattutto dove l’infrastruttura ucraina è stata distrutta o resa inutilizzabile.
Da lì in avanti il sistema dovrebbe poggiare sui camion, che però rappresentano da anni un punto debole delle forze russe: carenza di mezzi moderni, manutenzione spesso insufficiente, rete stradale limitata e facilmente osservabile dai droni nemici. Questo rende i convogli su gomma più vulnerabili a imboscate, attacchi mirati su ponti e incroci, e limita la possibilità di reagire rapidamente ai cambiamenti del fronte, per esempio quando un’unità sotto pressione lungo un fiume ha bisogno urgente di munizioni o rinforzi.
L’analisi di istituti di ricerca europei ricorda come la dipendenza dal treno renda più prevedibili anche gli spostamenti di Mosca: concentrare truppe o materiali in vista di un’offensiva richiede accumuli visibili nelle stazioni e lungo le linee, che l’intelligence ucraina e occidentale può monitorare. Allo stesso modo, la distruzione di un nodo ferroviario critico, o di un grande ponte, può rallentare per settimane il flusso di rifornimenti verso un determinato settore, con effetti immediati sulla tenuta delle posizioni di prima linea.
Economia di guerra e costi politici
Questi elementi militari hanno una ricaduta diretta sul piano economico e politico europeo. Una Russia costretta sulla difensiva lungo i fiumi chiave del teatro ucraino deve investire risorse crescenti in difesa, ingegneria e riparazioni infrastrutturali, piuttosto che in nuove offensive su larga scala. Per Kyiv, ogni chilometro guadagnato oltre un fiume o ogni testa di ponte consolidata significa non solo terreno liberato, ma anche la possibilità di mettere a rischio altre infrastrutture russe, fino a toccare in prospettiva i collegamenti con la Crimea.
Per l’Unione Europea, la “battaglia dei fiumi” si traduce in un prolungamento di una guerra di logoramento che pesa su bilanci pubblici, mercati dell’energia e fiducia delle imprese. Una Russia in difficoltà ma non sconfitta, impegnata a tappare falle lungo i corsi d’acqua ucraini, è allo stesso tempo un vicino meno minaccioso sul breve periodo e un fattore di incertezza strutturale su quello medio, con riflessi su investimenti, prezzi energetici e scelte di politica industriale legate alla difesa.
Anche per questo, nei palazzi europei la discussione non è solo su quante armi fornire a Kyiv, ma su come sostenere nel tempo la sua capacità di “vedere” e colpire – cioè reti satellitari, droni, intelligence – e al tempo stesso ridurre la resilienza logistica russa, per esempio colpendo selettivamente ponti, snodi ferroviari e capacità industriale di produrre nuovi convogli. In questa prospettiva, la decisione di chiudere il rubinetto di Starlink alle truppe di Mosca e la crescente pressione sulla sua “economia dei treni” non sono dettagli tecnici, ma tasselli di una più ampia strategia di contenimento.
Per ultimo, è bene non dimenticare cosa potrebbe succedere dopo un attacco americano all’Iran. La Russia è troppo dipendente dalle forniture dell’alleato per non vedere con preoccupazione l’evolversi della situazione in M.O.
Luciano Priori Friggi

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