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Ucraina, il mio viaggio nell’identità ferita di Odessa

Odessa è il porto più importante dell’Ucraina, l’ultima via di sbocco sul Mar Nero dopo la caduta nelle mani russe di Mariupol e Berdiansk. Quando scende la notte rimane al buio a causa dei droni russi che seguitano a bersagliare le infrastrutture elettriche. È la nuova normalità a cui la gente si è ormai rassegnata. In città continua la rimozione dei simboli russi, come Caterina la Grande, gli ucraini vogliono rivendicare la loro identità e un futuro europeo, recidendo il legame storico con Mosca

di Paolo Bergamaschi | 3 Marzo 2026
Nella foto, Paolo Bergamaschi, autore di questo articolo è il primo da sinistra   

Per chi dall’Italia vuol raggiungere l’Ucraina in tempi rapidi il punto di transito più agevole è senz’altro la Moldavia e, in particolare, l’aeroporto di Chisinau. Per tre ragioni. La prima è che l’Italia ospita la comunità più numerosa (circa 200mila persone) della diaspora moldava in Europa con collegamenti aerei diretti da ogni aeroporto italiano; la seconda è che le lungaggini di frontiera di uscita e ingresso nell’area Schengen in aeroporto si sbrigano più velocemente che non nei normali valichi terrestri; la terza è che Odessa, la terza città dell’Ucraina, dista solo 180 chilometri e ha, di fatto, adottato lo scalo della capitale moldava in sostituzione del proprio, chiuso per ovvie ragioni, con autobus navetta che si spostano a tutte le ore. Anche se la distanza non è troppa, tuttavia, occorrono circa quattro ore per arrivare, attraverso strade inadeguate al limite della decenza, alla perla del Mar Nero.

L’ultima volta che ero venuto da queste parti era stata nel 2019 nelle vesti di osservatore sia per le elezioni presidenziali, nel marzo di quell’anno, che per quelle legislative, a luglio. Nel frattempo ci sono stati quattro anni di guerra su larga scala (nb quella nel Donbass era già in corso dal 2014) che hanno cambiato il volto della città. Anche se ci troviamo a più di duecento chilometri dalla linea del fronte gli echi del conflitto scuotono pesantemente la routine quotidiana. Odessa, d’altronde, è il porto più importante dell’Ucraina, l’ultima via di sbocco sul Mar Nero dopo la caduta nella mani russe di Mariupol e Berdiansk. Da qui partono tutte le navi che trasportano le granaglie e i cereali verso il Bosforo e il resto del mondo; qui arrivano carichi di merci vitali per la sopravvivenza del Paese. Nel giugno dello scorso anno Kyiv e Mosca hanno raggiunto un accordo per salvaguardare la navigazione commerciale dopo il naufragio di quello del 2023. Di fatto, però, se c’è un luogo dove gli ucraini possono vantare un relativo successo militare, quello è proprio il mar Nero dove la flotta russa è stata costretta a sloggiare dal porto di Sebastopoli in Crimea a quello più orientale di Novorossiysk per mettersi al riparo dai micidiali droni sottomarini e missili di Kyiv.

Siamo una quarantina di persone arrivate dall’Italia che, grazie al supporto di Europa Radicale, si sono date appuntamento a ridosso della scalinata Potemkin per commemorare il triste anniversario nel giorno che dà inizio al quinto anno di guerra. Fra questi, parlamentari di oggi, come Ivan Scalfarotto e Benedetto Della Vedova, e di ieri, come Marco Taradash e Gianni Vernetti oltre rappresentanti di varie associazioni e al sindaco “facente funzioni” Igor Koval dopo la rimozione da parte di Zelensky di Gennadiy Trukhanov, per lungo tempo sindaco-padrone di una città infiltrata dal crimine organizzato e dai suoi traffici illeciti. Tanti interventi per esprimere solidarietà e vicinanza al popolo ucraino ma, soprattutto, per auspicare un futuro comune nell’Unione Europea. Bruxelles, però, è ancora paralizzata dai veti del primo ministro ungherese Viktor Orban che ha fatto dell’opposizione all’Ucraina il proprio cavallo di battaglia nella campagna elettorale che lo vede in grande difficoltà per l’appuntamento alle urne del 12 aprile. 

C’è un timido sole che scalda i pochi passanti mentre la banda della marina militare intona l’inno dell’Ucraina e l’Inno alla Gioia con “O sole mio” come appendice finale, scelta non casuale perché la canzone, una delle più celebri del repertorio italiano, fu scritta dal maestro Eduardo Di Capua proprio mentre soggiornava in vacanza a Odessa. Tante parole di pace anche se nessuno crede che la pace sia davvero a portata di mano. L’offensiva russa di inverno è fallita ma, nonostante il vacuo sforzo bellico e l’ingente numero di vittime, Mosca sta preparando quella di primavera per ottenere sul campo quello che Donald Trump avrebbe promesso, sulla pelle degli ucraini, a Vladimir Putin al vertice di Anchorage il 15 di agosto scorso: ovvero il pezzo mancante del Donbass. Senza il pieno controllo del Donbass risulterebbe difficile per l’inquilino del Cremlino vendere alla propria opinione pubblica come un successo quella che in Russia si continua a spacciare come “operazione militare speciale”. Al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, intanto, gli Usa si astengono sulla risoluzione dell’Assemblea Generale che chiede la fine dell’aggressione russa e il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina confermando una volta di più, se ancora ce ne fosse bisogno, la brusca sterzata verso Mosca dell’amministrazione americana. 

Anche se non così frequenti come quando pochi mesi fa mi trovavo a Kharkiv le sirene degli allarmi antiaerei continuano a scandire l’arco dell’intera giornata. Quando scende la notte ampi settori della città rimangono al buio a causa dei droni russi che seguitano a bersagliare le infrastrutture elettriche. Salta l’illuminazione pubblica ma gli esercizi commerciali del centro brillano di luce propria grazie ai generatori, di tutte le dimensioni, posizionati di fronte sul ciglio dei marciapiedi, che funzionano a palla con un frastuono assordante che fa vibrare anche le vetrine. È la nuova normalità a cui la gente si è ormai rassegnata. Cambiamenti radicali anche nella toponomastica con Pushkinska Vulytsia, il viale dedicato a Alexander Pushkin, ribattezzato nel 2024 in Italiiska Vulytsia, in onore dell’Italia. Il poeta russo è una delle tante vittime illustri del processo di de-russificazione scatenato per reazione all’aggressione di Mosca. A farne le spese è stata anche la statua dell’imperatrice Caterina La Grande, uno dei simboli della città, rimossa dall’aiuola sul crocevia che porta alla scalinata Potemkin. Al suo posto sul piedistallo sventola su un’asta la bandiera giallo-blu dell’Ucraina con un richiamo in basso che chiede la liberazione dei soldati catturati dai russi nelle acciaierie Azov a Mariupol. Fu, però, Caterina, alla fine del settecento a ordinare la costruzione di un nuovo porto sul mar Nero decretando la nascita di Odessa. Che piaccia o meno la storia non può essere cancellata, va solo accettata. È un dato di fatto che la guerra nel Donbass ha accelerato l’affermazione e provocato l’accentuazione di una identità nazionale fino ad allora debole o inconsapevole. Per secoli la storia dell’Ucraina ha coinciso con quella della Russia. Negare la componente culturale russa nell’identità ucraina è un esercizio pericoloso utile solo ad infiammare gli istinti nazionalisti. Una volta terminato il conflitto, a mente fredda, si troveranno le occasioni e il tempo per rileggere le pagine di un libro ancora in corso di scrittura con alcuni capitoli condivisi con la controparte che, comunque, dovrà smettere di considerare, indottrinando e avvelenando l’opinione pubblica fin dai banchi scolastici, l’Ucraina come una costola inscindibile della civiltà russa. Mosca, prima o poi, deve prendere atto che la scelta europea dell’Ucraina è irreversibile. Le speranze degli studenti che ho visto nel novembre del 2013 scendere pacificamente in piazza Majdan gridando a squarciagola “Europe, Europe” non muoiono sotto le bombe.  

Paolo Bergamaschi                                   

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Paolo Bergamaschi

Paolo Bergamaschi è nato a Viadana (MN) e ha vissuto per anni a Bruxelles. Ha lavorato per 25 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo. Veterinario di professione, collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi di questioni europee e avvenimenti internazionali. E’ spesso ospite di programmi radiofonici che trattano di politica estera. E’ musicista e cantautore con sei cd all’attivo. Ha pubblicato Area di Crisi-Guerra e pace ai confini d’Europa (La Meridiana, 2007), Passaporto di Servizio (Infinito edizioni, 2010), L’Europa oltre il muro (Infinito edizioni, 2013), Terre d’Oriente (Infinito edizioni, 2017) e Terre di Nessuno (Infinito edizioni, 2020).

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