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Ucraina ed Europa, quattro anni dopo

Stasera saranno passati quattro anni da quel 24 febbraio che ha cambiato per sempre la storia dell’Ucraina e del continente europeo. Quattro anni da quando la Russia ha lanciato quella che originariamente chiamava “operazione speciale” e che si è rapidamente rivelata come la più tradizionale delle aggressioni militari, di quelleche l’immaginario dell’Europa relegava al passato, compromettendo profondamente lo sviluppo delle relazioni internazionali. Una guerra combattuta con un ingente numero di truppe, che conta quasi due milioni di vittime tra morti e feriti, ma che vede anche l’impiego di decine di migliaia di droni che hanno rivoluzionato il concetto stesso di guerra, portando a uno ‘sviluppo tecnologico della morte’ senza precedenti. Unione Europea e Stati Uniti hanno sin qui supportato Kiev con centinaia di miliardi di euro per sostenere la difesa ucraina, portando a un congelamento di fatto della linea del fronte, che da tre anni vede la Russia controllare meno di un quarto del territorio dell’Ucraina, inclusa la Crimea annessa unilateralmente nel 2014.

di Istituto Ispi | 24 Febbraio 2026

Stasera saranno passati quattro anni da quel 24 febbraio che ha cambiato per sempre la storia dell’Ucraina e del continente europeo. Quattro anni da quando la Russia ha lanciato quella che originariamente chiamava “operazione speciale” e che si è rapidamente rivelata come la più tradizionale delle aggressioni militari, di quelleche l’immaginario dell’Europa relegava al passato, compromettendo profondamente lo sviluppo delle relazioni internazionali. Una guerra combattuta con un ingente numero di truppe, che conta quasi due milioni di vittime tra morti e feriti, ma che vede anche l’impiego di decine di migliaia di droni che hanno rivoluzionato il concetto stesso di guerra, portando a uno ‘sviluppo tecnologico della morte’ senza precedenti. Unione Europea e Stati Uniti hanno sin qui supportato Kiev con centinaia di miliardi di euro per sostenere la difesa ucraina, portando a un congelamento di fatto della linea del fronte, che da tre anni vede la Russia controllare meno di un quarto del territorio dell’Ucraina, inclusa la Crimea annessa unilateralmente nel 2014. Mentre Bruxelles si prepara a adottare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, la Russia continua ad aumentare le proprie spese militari. Sebbene la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca sia arrivata sulla scorta di promesse di pace per l’Ucraina, la diplomazia non sta producendo risultati tangibili. Questi quattro anni di guerra segnano dunque cambiamenti radicali su più fronti: nel modo di fare politica internazionale, nel fabbisogno energetico europeo, nel nostro sentirci al sicuro dentro i confini europei. E segnano, forse definitivamente, il sorpasso delle armi sul dialogo.


Chi sta vincendo sul campo?

Secondo l’Institute for the Study of War, nel 2025 le forze russe hanno conquistato circa 5mila chilometri quadrati, soprattutto nelle regioni di Lugansk e Donetsk, consolidando quindi la presa sul Donbas, mentre limitate conquiste territoriali sono state registrate nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhya. Sebbene tutte queste regioni siano state ‘integrate de iure’ nel territorio della Federazione russa con referendum pilotati dall’esercito poco dopo l’inizio dell’invasione, la Russia non è riuscita a conquistare grandi centri abitati e negli ultimi due anni è entrata in controllo di circa l’1,5% del territorio ucraino. Una delle principali battaglie oggi riguarda la città di Pokrovsk, che il Cremlino sostiene di controllare già in larga parte, e che rappresenta un importante snodo stradale e ferroviario che un tempo collegava le zone settentrionali della regione di Donetsk con città chiave a ovest, come Dnipro. In generale, però, la situazione sul campo è rimasta pressoché invariata negli ultimi tre anni: una guerra di logoramento che ha avuto enormi costi umani. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), da febbraio 2022 la Russia ha perso 1 milione e 200mila soldati, di cui 325mila uccisi. Nessuna grande potenza ha subito nemmeno lontanamente un numero simile di perdite o di morti in alcuna guerra dalla Seconda guerra mondiale in poi. Sul fronte ucraino, invece, sempre secondo le stime del CSIS, le perdite sarebbero di 600mila soldati, di cui 145mila uccisi. A questi, stando alle Nazioni Unite, si aggiungono oltre 15mila civili morti e più di 41mila feriti in quattro anni, di cui il 2025 è stato l’anno peggiore, con 2.514 persone uccise: il 31% in più del 2024 e il 70% rispetto al 2023.


E sul fronte diplomatico?

Questi quattro anni di guerra hanno messo a dura prova anche le capacità diplomatiche occidentali. Ci sono stati diversi colloqui, sia nelle prime fasi del conflitto sia più recentemente, con i round negoziali trilaterali di Abu Dhabi a gennaio e quelli di Ginevra della scorsa settimana tra delegazioni di tecnici. Tuttavia, ci sono stati pochi incontri diplomatici di alto livello tra le parti coinvolte: il momento più significativo è stato probabilmente il vertice in Alaska tra il presidente USA Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin tenutosi a Ferragosto 2025, che servì perlopiù a garantire una riabilitazione morale al leader del Cremlino. Sia prima che dopo la sua rielezione, Trump ha promesso più volte di risolvere il conflitto in Ucraina, ma in oltre un anno dal suo insediamento sono rimasti perlopiù gli echi retorici di un leader che va ergendosi a peacemaker mondiale. L’unica proposta di pace concreta da parte USA è arrivata a fine 2025: un piano in 28 punti che rappresentavano più che altro una resa ucraina, rapidamente seguito da proposte presentate dall’Unione Europea, che prevedeva una roadmap in 6 punti, fino alla vigilia dello scorso Natale. In quel momento, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato una proposta articolata in 20 punti, risultato di una convergenza diplomatica tra Kiev e Washington, che è stata però ufficialmente rigettata da Mosca due settimane fa.


Quanto si è speso in armi?

Secondo il Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la spesa militare russa è cresciuta da circa 60 miliardi di euro nel 2021 a 93 miliardi nel 2022, 100 miliardi nel 2023 e 137 miliardi nel 2024. Per il 2025, alcune stime parlano di una cifra annua superiore al 2024 (già 130 miliardi nei primi nove mesi), mentre altre prevedono un calo del 15%. La Russia ha inoltre circa 300 miliardi di euro di riserve valutarie congelate in Occidente (di cui oltre 200 miliardi in Belgio). La spesa ucraina, invece, è passata da 6,3 miliardi di euro nel 2021 a 37,7 miliardi nel 2022 e 60 miliardi nel 2023 e 2024; il bilancio del 2025 è infine salito a 65,4 miliardi di euro. Queste spese sono state sostenute perlopiù dagli alleati di Kiev: dal 2022, infatti, Unione europea e Stati Uniti hanno fornito oltre 270 miliardi di euro in aiuti. Tuttavia, da quando si è reinsediato Donald Trump, gli USA hanno quasi azzerato il sostegno (circa 368 milioni di euro), mentre gli europei hanno contribuito con 64,4 miliardi. La guerra in Ucraina ha quindi rimesso in moto l’industria del settore della difesa e ha anche rianimato la discussione sulla necessità di reintrodurre la leva obbligatoria ma soprattutto di riarmare il continente europeo. A marzo 2025, infatti, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha formalmente presentato il cosiddetto “ReArm Europe”, un’iniziativa volta a rafforzare la difesa comune e mobilitare fino a circa 800 miliardi di euro in investimenti per aumentare spesa, capacità industriali e autonomia strategica, anche sostenendo la produzione di armi e tecnologie critiche.

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Alla vigilia dell’anniversario dell’invasione, si affievoliscono le speranze di successo per i negoziati di pace a guida americana. La guerra, che si trascinerà anche nel 2026, è un duello calcolato: la Russia scommette sulla stanchezza occidentale e sul logoramento delle forze ucraine, adottando un’economia di guerra e aggirando le sanzioni. L’Ucraina resiste non solo sul campo, ma anche al tavolo dei negoziati dove, nonostante una posizione sfavorevole, rifiuta un accordo troppo svantaggioso e ingiusto. In questo equilibrio precario, in cui un cambio di strategia statunitense sembra molto improbabile, tutto ruota attorno alla capacità europea di mantenere il supporto politico e militare a Kiev e di chiudere le falle nelle sanzioni per aumentare i costi della guerra per il Cremlino”.

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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