
Nel 1975 ho avuto la possibilità di vivere per alcuni mesi negli Stati Uniti, precisamente a Chicago, e ho compreso come la società americana è composta di tanti atolli formati da isole diverse ma abitate da razze omogenee che galleggiano sul “sistema americano” e che giornalmente si integrano o si separano a secondo delle esigenze del sistema economico, sociale e delle diverse capacità economiche. Di giorno, nelle ore di lavoro, l’impressione è che si vivesse in una società multietnica, multirazziale e multiculturale in cui ci si confondeva nei medesimi luoghi, si pranzava nei medesimi ristoranti o self service, si facevano acquisti nei medesimi ipermercati e si frequentavano gli stessi bar per un drink. Quando questo mondo si spegneva e gli uffici si chiudevano ognuno ritornava alla propria isola, composto da case uniformi, abitudini e stili di vita comuni, beni e attività sociali e familiari condivise. Ad una certa ora della sera l’isola era praticamente chiusa, i bar e i ristoranti avevano avventori abitanti dell’isola salvo poche eccezioni. Questo succedeva 50 anni fa. Non è cambiato molto da quello che mi dice una coppia di amici di Boston, è la prima parte della giornata che si è allungata un po’ ma finita quella si continua a ritornare alle isole. Dalla metà del ‘900, dopo l’abolizione della segregazione raziale, le amministrazioni sia repubblicane che democratiche hanno accuratamente fatto in modo che i sistemi di sicurezza interna come l’FBI, USMS e di controllo della società, come l’ ICE, proteggessero e controllassero questa separazione delle isole ben sapendo che nel ’29, con la grande depressione, le isole si avvicinarono pericolosamente e qualche volta sono entrate in conflitto fra loro su chi avesse provocato quella crisi o su chi aveva il diritto di usufruire più degli altri delle poche risorse che lo stato. Diciamo un semi-apartheid volontario che ha comunque permesso di creare, senza troppe crisi, una comunità economica, politica e militare fortissima pur restando una separazione razziale e sociale radicata che ha permesso di preservare una indipendenza culturale. A quel tempo le isole abitate dai bianchi erano molto più grandi di quelle dei neri, dei latinos e degli asiatici e le scelte a tutti i livelli venivano decise dentro l’arcipelago dei bianchi. Per quello che ricordo ad Harvard mi sembra non aver visto né neri né orientali né tantomeno si sapeva di sindaci o di alti ufficiali delle forze armate non bianchi. Purtuttavia chi tirava le fila del “sistema America” iniziò a comprendere che necessitavano forze e energie fresche per competere . Già con Nixon e Kissinger e poi di più con Carter e Regan furono gradualmente abbattute le barriere che impedivano ai neri, e più recentemente agli ispanici, di accedere e contribuire al sistema economico per colmare quei buchi prodotti dal ceppo originale di bianchi che iniziava a diminuire e a declinare. Sul finire degli anni ’90 l’ arcipelago con le isole diciamo genericamente bianche pur restarono più grandi, oltre che più ricche, delle altre hanno incominciato a diminuire mente quelle nere, ispaniche e asiatiche hanno continuato ad aumentare di numero e di posizioni economiche e sociali. Un primo segnale di questo movimento di riallocazione razziale della società è stata la nomina di Colin Powel nel 91 prima come Capo di Stato Maggiore con Bush Sr. e poi nel 2001 Segretario alla difesa con Bush Jr. Ma l’evento che ha messo in allarme e acceso le luci rosse nell’arcipelago dei bianchi è stata l’elezione di Bark Obama non tanto perché di colore ma perché nelle due elezioni vinte del 2008 e del 2012 ha preso rispettivamente il 45% e il 41% dei voti dei bianchi. Primo presidente di colore eletto senza il voto maggioritario dei bianchi. Contestualmente il Census Bureau analizzando le dinamiche demografiche che anche con l’apporto dell’immigrazione variavano molto velocemente ha previsto che se i bianchi di origine europea nel 1950 costituivano l’85% della popolazione e il 63% nel 2011 nel 2050 sarebbero scese 44%. E’ il problema razziale, e non l’ordine pubblico, il motivo vero della promessa di Trump di deportare “venti milioni di immigrati” , tutti ispanici e asiatici, di creare forti restrizioni alla concessione di visti di ingresso, e di chiedere alla Corte Suprema di abolire la cittadinanza per nascita sul suolo americano. L’evidenza del sovvertimento razziale della società è divenuta una emergenza, nei ceppi razziali dei bianchi, legata alla consapevolezza che non hanno più, e avranno sempre meno, i numeri per decidere le sorti della confederazione. Trump ha imposto una sorta di maccartismo razziale e l’ha immesso prepotentemente nel sistema federale, economico e sociale . Sono stati licenziati quasi tutti i funzionari neri da posizioni di alto profilo dell’ amministrazione che è ora a quasi totale maggioranza bianca. Con un ordine esecutivo ha bandito tutti i programmi di diversità, equità e inclusione nell’intero governo federale. Fra i 98 nominati dal presidente per i ruoli di leadership più alti dell’amministrazione federale, fino a ieri, solo due sono neri: Scott Turner e Earl G. Matthews. Di ispanici e asiatici zero. Sono stati tagliati centinaia di migliaia di posti nella forza lavoro federale, colpendo in modo sproporzionato i dipendenti neri. Come dice S. Miller, consigliere personale del Presidente “Trump è stato eletto con questo mandato”. Per realizzare il progetto Trump per la prima volta nella recente storia americana ha schierato il sistema di sicurezza e controllo non più a difesa della separazione pacifica delle isole ma alla loro destabilizzazione , e sta muovendo pericolosamente il “sistema americano” su cui hanno galleggiato le isole, per ridurre le dimensioni e il peso economico e sociale delle isole non bianche. Ha “militarizzato la società” con programmi e sistemi che mettendo tutti i cittadini americani e non, immigrati irregolari e regolari, bianchi o di colore, sotto il controllo dell’ICE (polizia anti immigrazione) che ha la possibilità di accedere a tutte le informazioni di chi vive sul suolo americano, dove lavorano, studiano, risiedono , se acquistano proprietà, se aprono conti in banca, se avviano attività economiche o dove e con chi si sposano. Tutti i cittadini, anche quelli bianchi, sono minacciati con pene e punizioni, multe, reclusioni o violenza, possono essere ispezionati e indotti a temere di trovarsi in violazione della legge e a rischio di sanzioni. Scrive su NYT C. Kukathas “ La domanda che si fanno i democratici liberali è: per rimodulare artificiosamente le tendenze razziali della nostra società che livello di controllo sulle nostre vite dovremmo essere disposti ad accettare?. E ancora gli economisti chiedono: per realizzare questo progetto il governo quanti soldi sarà disposto a spendere in tribunali, giudici, avvocati, carceri, polizia, risarcimenti e in sistemi e software di identificazione di massa?. Poi vi sono i costi sociali diretti e indiretti che i cittadini dovranno affrontare con maggiori tasse e la riduzione dei budget per i servizi sociali spostati su quelli per la repressione sociale”. Al Congresso si sta valutando di un budget aggiuntivo di 175 mld. di $. Josh Gerstein su Politico.com “ Il controllo sociale, raziale e sull’immigrazione sta già trasformando l’America. Quanto più verrà perseguito tanto più ci trasformerà in persone a cui non importa né delle libertà altrui e nemmeno della propria”. Questa operazione non riuscirà senza danni ancora peggiori di quelli ipotizzati dai due giornalisti. L’immigrazione è un fattore economico a beneficio di chi riceve nuova forza lavoro. L’economia non è né buona né cattiva, né bianca né nera, né legale né criminale, prende le energie che gli servono ovunque ne ha la possibilità per alimentare la crescita e il benessere. Gli stati che hanno bloccato o reso difficile l’immigrazione come il Giappone sono in stagnazione/recessione da 25 anni. Tutto l’occidente ha necessità ogni anno di 10 milioni di nuova forza lavoro da impiegare nell’economia e non parliamo di braccianti agricoli o di pulizie o assistenza degli anziani ma di ruoli professionali anche di alto profilo. Alla Porche il 18% dei dipendenti sono di recente immigrazione. La Merkel a cui chiesero come avrebbe gestito l’ordine pubblico rispose: “Ci deve pensare il ministro degli interni, se non ci riesce va’ cambiato”. Trump si illude di ridefinire le “isole” in base a calcoli politici e repressione poliziesca senza scardinare l’intera confederazione e trasformare uno stato liberale in uno illiberale con gravissime conseguenza sociali ed economiche anche per quelle dei bianchi.
Fulvio Rapanà

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