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Trump sentenziato nel caso di Stormy Daniels: sentenza troppo leggera?

“Vorrei dire che sono stato trattato molto male”. Così Donald Trump al giudice Juan Merchan a conclusione del processo sugli illeciti della campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato repubblicano cercò di comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels pagandole 130 mila dollari. Merchan ha formulato una sentenza di “unconditional discharge” (rilascio incondizionale) per la condanna della giuria che aveva giudicato Trump colpevole di 34 capi di accusa.

di Domenico Maceri | 12 Gennaio 2025

“Vorrei dire che sono stato trattato molto male”. Così Donald Trump al giudice Juan Merchan a conclusione del processo sugli illeciti della campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato repubblicano cercò di comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels pagandole 130 mila dollari. Merchan ha formulato una sentenza di “unconditional discharge” (rilascio incondizionale) per la condanna della giuria che aveva giudicato Trump colpevole di 34 capi di accusa.

Il processo era finito nel mese di maggio dell’anno scorso ma la sentenza era stata rimandata per riconsiderare l’effetto dell’immunità parziale concessa dalla Corte Suprema a Trump. Il tycoon, che fra breve si insedierà alla Casa Bianca per il secondo mandato, aveva tentato tutte le strade per evitare la sentenza ed era persino ricorso alla Corte Suprema che all’ultimo minuto si è rifiutata di sospendere la sentenza con un voto di 5-4.

Quando Trump si lamenta di essere stato trattato male si sbaglia ovviamente poiché la condanna della giuria avrebbe meritato una pena molto più severa di quella imposta da Merchan. Un’analisi del New York Times ci informa infatti che dal 2014 un terzo degli imputati di accuse simili a quelle di Trump hanno ricevuto quasi un anno di carcere. Altri imputati hanno ricevuto persino più di un anno di carcere o hanno ricevuto “conditional discharges” (rilasci condizionali) che includono multe o servizio alla comunità. Nessun imputato per reati simili ha mai ricevuto un “unconditional discharge”. La sentenza imposta a Trump non comporta nessuna punizione e gli apre allo stesso tempo la strada per gli appelli che Trump ha già annunciato di intraprendere.

Merchan ha spiegato le circostanze completamente atipiche del caso poiché da ex presidente e da presidente eletto Trump ha beneficiato di protezione consentitagli dalla sua carica. Ciononostante, Merchan ha continuato, queste protezioni non rappresentano una scusa per i reati commessi. Non riducono la serietà dei reati né li giustificano in nessun modo. Il giudice però ha ammesso che le protezioni concesse alla carica di presidente vanno rispettate e il tribunale le deve seguire.

Trump ha anche ripetuto di essere innocente asserendo che il processo era stato motivato da pregiudizi politici contro di lui. Il neoeletto presidente ha accusato l’amministrazione di Joe Biden di avere colluso con la magistratura statale di New York pressandola a incriminarlo. Nulla di vero, ma Trump non riesce mai ad ammettere nessuna colpa. La sua solita strategia è sempre di attaccare, negare costantemente e soprattutto di accusare gli altri di malefatte nei suoi riguardi. Anche nel caso civile della giornalista E. Jean Carroll che una giuria ha condannato Trump di averla aggredita sessualmente il tycoon non ha mai accettato il verdetto. Infatti, ha continuato ad attaccare falsamente la Carroll di avere mentito, costringendo la giornalista a denunciarlo per diffamazione. In un secondo processo è stato di nuovo condannato e gli è stata imposta una multa di 90 milioni di dollari. Il caso è in appello e adesso con la sua imminente carica di presidente non si sa quando si concluderà.

Per dimostrare la sua tesi Trump ha spiegato che la sua innocenza viene dimostrata dagli elettori. Il fatto che lui abbia vinto lo scorso novembre significa che gli unici giudici che riconosce sono gli elettori che lo hanno assolto eleggendolo presidente. Trump confonde nella sua mente i due binari, quello politico e quello giudiziario. Sì, lui ha vinto l’elezione ma la giuria a New York lo ha condannato dopo un processo completamente regolare. Trump però ha ragione che in un certo senso gli elettori lo hanno scagionato poiché la sentenza imposta da Merchan ha dovuto tenere conto del risultato elettorale.

Nonostante la sua vittoria elettorale Trump si è dovuto presentare all’atto conclusivo del processo di New York anche se il giudice gli ha permesso di partecipare virtualmente. La sentenza, anche se leggera, è anche pesante per l’ego del neoeletto presidente. Ecco perché ha cercato in tutti i modi di ritardare l’atto finale. Adesso mentre si appresta a ritornare alla Casa Bianca ha la conferma di una fedina penale sporca. Una macchia che in molti Stati dell’Unione non gli permetterebbe nemmeno di votare. Questa macchia gli impedirebbe di ottenere un lavoro come agente dell’Fbi ma paradossalmente la sua carica di presidente gli conferisce il potere di nominare il direttore dell’agenzia. La condanna e la sentenza, però, lo fanno diventare un caso storico: il primo presidente a iniziare il suo mandato con una sentenza di criminale appesa al collo. Allo stesso tempo ci conferma che la legge è uguale per tutti in teoria, ma in pratica i ricchi e potenti possono farla franca anche se non totalmente. Il 20 gennaio Trump giurerà sulla Bibbia di “preservare, proteggere e difendere la costituzione degli Stati Uniti”. Lo può fare un individuo che non riconosce i giudizi della magistratura perché vede solo gli elettori come giudici?
Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: amministrazione, campagna elettorale, casa bianca, costituzione, lavoro, magistratura, multe, new york times, processo

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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