
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scatenato una dura crisi geopolitica globale dichiarando l’intenzione di annettere lo Stretto di Hormuz al territorio americano. Durante un comizio elettorale a Garden City, vicino a New York, il tycoon ha affermato che la Repubblica Islamica è ormai “pesantemente sconfitta” e che molto presto la via d’acqua passerà sotto la piena sovranità di Washington, impedendo il transito navale senza il consenso statunitense.
La risposta di Teheran è arrivata a stretto giro per bocca del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, il quale ha liquidato l’annuncio sottolineando che uno snodo marittimo di tale portata “non si conquista con un tweet, né con una portaerei, né con un discorso elettorale”. Il ministero degli Esteri iraniano ha ribadito che lo Stretto rimarrà interamente sotto il controllo della propria nazione, minacciando di proseguire con il blocco navale qualora gli Stati Uniti non accettino la realtà dei fatti.
L’annuncio di Trump: “Molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”, ha affermato il presidente statunitense. Fonti interne della Casa Bianca hanno successivamente ridimensionato l’uscita, parlando di una dichiarazione estemporanea non concordata con i consiglieri di sicurezza.
Il governo iraniano ha descritto le parole del leader americano come mere “fantasie”, precisando che l’Iran non cederà alle dimostrazioni di forza e che l’accesso allo Stretto risponderà solo ai comandi delle forze armate locali.
Lo scontro giunge in un momento di estrema tensione, a ridosso del 17 agosto, data in cui scadranno i 60 giorni di tregua previsti dall’ultimo Memorandum internazionale.
Le minacce incrociate hanno immediatamente messo in allarme le borse internazionali e i mercati dell’energia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il corridoio marittimo più importante al mondo per il transito del petrolio, un passaggio obbligato in cui si incrociano le acque territoriali di Iran e Oman. Una chiusura prolungata o una militarizzazione del canale rischierebbe di tagliare fuori dai mercati globali milioni di barili di greggio al giorno, provocando contraccolpi immediati sull’inflazione e sulle forniture energetiche dell’Occidente e dei principali importatori asiatici.
Eccolo qui, il vicolo cieco dell’Occidente. Da una parte un presidente americano che baratta la geografia e la storia con la sfrontatezza di uno slogan da fiera, convinto che il mondo si possa comprare, firmare o annettere con un colpo di teatro. Dall’altra, i guardiani di un regime teocratico che rispondono con la boria di chi brandisce la minaccia del petrolio come una scimitarra sul collo del mondo civile.
Ciò che si consuma nelle acque di Hormuz non è una semplice disputa per un corridoio di fango e petrolio. È la tragica recita di un’Europa che guarda e trema, di un mondo che ha venduto la propria dignità al prezzo di un barile di greggio, incapace di opporre la forza delle idee alla forza dei ricatti. Trump sbraita, Teheran minaccia, e noi restiamo a guardare il mare, aspettando che qualcuno decida, per l’ennesima volta, quanta della nostra libertà siamo disposti a sacrificare per non far spegnere le nostre luci. Ma la sovranità e la dignità dei popoli non si decidono nei tweet di Washington, né si difendono con il fanatismo di Teheran. Si difendono con il coraggio della verità. E la verità, oggi, fa un male cane.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento