
Donald Trump torna ancora una volta a indossare i panni del comandante in capo globale, annunciando con enfasi l’eliminazione di Abu-Bilal al-Minuki, indicato come il numero due dell’Isis mondiale, ucciso in Nigeria nel corso di una operazione congiunta tra forze americane ed esercito nigeriano. Il presidente americano ha celebrato il blitz con il consueto linguaggio muscolare su Truth, parlando di “missione impeccabile”, di “terrorista più attivo al mondo” e di un Isis ora “notevolmente ridimensionato”. È il copione ormai consolidato della seconda presidenza Trump: rilanciare continuamente sul terreno della sicurezza internazionale per compensare le difficoltà interne e la crescente erosione di consenso negli Stati Uniti. Ogni volta che la situazione economica si complica, che l’inflazione pesa sui cittadini americani o che i sondaggi sulle prossime elezioni di midterm diventano più inquietanti per la Casa Bianca, ecco riaffiorare il presidente-guerriero che mostra forza, decisione e capacità di colpire i nemici dell’America ovunque si trovino.
Il problema è che questa strategia comunicativa comincia a mostrare limiti sempre più evidenti. Trump continua a presentare ogni operazione militare o di intelligence come una vittoria personale, quasi cinematografica, costruendo attorno alla figura del presidente una narrazione permanente da sceriffo globale. Ma intanto gli Stati Uniti restano attraversati da tensioni economiche profonde: caro energia, aumento del costo della vita, instabilità dei mercati e crescente malcontento del popolo Maga che aveva creduto nella promessa di un ritorno immediato al benessere economico. Anche sul piano internazionale il quadro resta tutt’altro che rassicurante. Dopo le tensioni con l’Europa, i contrasti commerciali con la Cina, le polemiche sui dazi e le continue oscillazioni sulla crisi mediorientale, la Casa Bianca appare sempre più impegnata in una gestione emotiva delle emergenze globali. Eppure Trump continua a utilizzare la politica estera come strumento di mobilitazione interna. L’eliminazione del leader jihadista in Africa serve allora anche a questo: a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica americana dal terreno economico a quello securitario, dove il presidente ritiene ancora di mantenere un vantaggio politico e simbolico.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Trump sembra aver trasformato le operazioni di “polizia militare internazionale” in una sorta di linguaggio politico permanente. Non guerre tradizionali, non grandi interventi strategici, ma azioni mirate, rapide, altamente mediatiche, utili soprattutto a produrre immagini di forza e leadership. È una logica già vista nei raid contro i leader iraniani, nelle minacce a Cuba, nelle tensioni sullo Stretto di Hormuz e nelle continue dichiarazioni sull’Isis e sul terrorismo globale. Ma questo modello presenta anche rischi evidenti. Da un lato espone gli Stati Uniti a una continua sovraesposizione militare nei punti più instabili del pianeta; dall’altro alimenta l’idea che ogni crisi internazionale possa essere risolta attraverso l’eliminazione fisica di singoli leader nemici. Una visione semplificata della geopolitica che funziona mediaticamente ma che raramente produce stabilità duratura. Non a caso molti osservatori americani cominciano a parlare di una politica estera sempre più piegata alle esigenze del consenso interno e della comunicazione presidenziale.
Il punto vero, allora, è comprendere quanto questa strategia possa ancora reggere. Trump continua a parlare alla parte più identitaria e securitaria dell’America, convinto che il richiamo alla forza militare e alla difesa nazionale possa compensare le difficoltà economiche e le tensioni sociali. Ma le elezioni di midterm si avvicinano rapidamente e il clima interno appare sempre più nervoso. Le famiglie americane giudicano un presidente soprattutto sulla base della qualità della vita quotidiana, non soltanto delle operazioni speciali all’estero. E se il costo della benzina continua a salire, se l’inflazione pesa sui salari e se i mercati restano instabili, anche il successo di un raid antiterrorismo rischia di avere effetti limitati sul consenso reale. Trump sembra allora prigioniero di una necessità politica continua: dimostrare forza per evitare che emergano debolezza e difficoltà. Ma la storia americana insegna che la politica estera può aiutare temporaneamente un presidente in difficoltà, raramente riesce da sola a salvarne la leadership interna. Ed è probabilmente questo il vero timore che oggi attraversa la Casa Bianca.
Cesare Mannucci

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