
Karim Khan, dopo anni di indagini, raccolta di prove e valutazioni giuridiche sulla guerra di Gaza, non ha formulato nei confronti di Israele alcuna accusa di genocidio. La Corte Penale Internazionale ha infatti parlato di possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma ha evitato accuratamente il reato più grave previsto dal diritto internazionale.
Ed è un passaggio enorme, perché per oltre due anni media, ONG, attivisti e una parte della politica internazionale hanno utilizzato il termine “genocidio” come fosse già una verità accertata, quando invece proprio chi avrebbe dovuto sostenerla davanti ad un tribunale internazionale ha ritenuto di non avere gli elementi giuridici necessari per farlo.
Il genocidio non è una parola da usare emotivamente o ideologicamente. È una fattispecie giuridica rigidissima che richiede la prova dell’intento deliberato di sterminare un popolo in quanto tale. E se dopo anni di analisi questa accusa non viene formalizzata, significa che quel requisito fondamentale non è stato riconosciuto.
C’è poi un altro elemento che troppi continuano deliberatamente a rimuovere: questa guerra non è stata iniziata da Israele. Tutto nasce dal massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas contro civili israeliani, con omicidi, sequestri e violenze che hanno costretto Israele ad entrare in guerra.
E la guerra, piaccia o meno, resta guerra. Israele non sta combattendo contro un esercito regolare schierato in campo aperto, ma contro una struttura militare che opera deliberatamente dentro aree civili, quartieri urbani, ospedali, tunnel e infrastrutture della popolazione. In un conflitto di questo tipo il confine tra civile e combattente diventa estremamente ambiguo, perché chi durante il giorno appare come civile può partecipare ad attività militari, logistiche o armate nelle ore successive.
Ed esiste anche un principio fondamentale del diritto internazionale spesso ignorato nel dibattito mediatico: nel momento in cui un soggetto civile prende parte attiva alle ostilità, impugna un’arma, collabora operativamente ad azioni militari o attacca soldati, perde la protezione giuridica piena riservata ai civili e diventa un obiettivo militare legittimo secondo le Convenzioni di Ginevra.
Da quasi due anni Israele sacrifica uomini, risorse economiche, mezzi militari e stabilità interna per cercare uno ad uno i responsabili del 7 ottobre e smantellare la rete militare di Hamas. Se davvero l’obiettivo fosse stato il genocidio, sarebbe bastato radere completamente al suolo Gaza in poche settimane senza operazioni terrestri mirate, evacuazioni, corridoi umanitari e una lunga guerra urbana costata enormemente anche allo stesso Israele.
Ed è proprio questo il punto che oggi manda in crisi una certa narrativa occidentale: dopo anni di accuse e propaganda, il principale organismo internazionale incaricato di valutare quei reati non ha riconosciuto i termini giuridici per parlare di genocidio nei confronti di Israele, mentre l’Occidente intero continua ancora disperatamente a cercare i fantomatici 70.000 “civili” di Gaza.
Piero Terracina

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