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Trump, l’Iran e i fantasmi del passato

Donald Trump ha infranto un altro tabù, l’ennesimo. Nella serata di lunedì, a tre giorni dall’inizio dell’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso la possibilità di un’operazione boots on the ground, che preveda cioè il dispiegamento di truppe sul campo in Iran, oltre ai raid aerei e missilistici già condotti a distanza. Le affermazioni del Tycoon newyorchese sono arrivate mentre il conflitto ha già assunto di fatto una dimensione regionale. Un attacco israelo-americano, infatti, ha preso di mira nella città santa di Qom, a sud di Teheran, la sede dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo responsabile – dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei – di nominare il suo successore.

di Istituto Ispi | 4 Marzo 2026

di Francesco Petronella*

Donald Trump ha infranto un altro tabù, l’ennesimo. Nella serata di lunedì, a tre giorni dall’inizio dell’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso la possibilità di un’operazione boots on the ground, che preveda cioè il dispiegamento di truppe sul campo in Iran, oltre ai raid aerei e missilistici già condotti a distanza. Le affermazioni del Tycoon newyorchese sono arrivate mentre il conflitto ha già assunto di fatto una dimensione regionale. Un attacco israelo-americano, infatti, ha preso di mira nella città santa di Qom, a sud di Teheran, la sede dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo responsabile – dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei – di nominare il suo successore. Non è chiaro se i religiosi fossero o meno all’interno della struttura. Israele ha avviato oggi incursioni di terra in Libano, mentre un raid di droni iraniani ha colpito il complesso dell’ambasciata americana a Riad, in Arabia Saudita. Le parole di Trump hanno rievocato fantasmi del passato recente e lontano degli Stati Uniti, in particolare le “guerre senza fine” in Iraq e in Afghanistan, aspramente criticate da Trump nelle campagne elettorali che per due volte lo hanno portato alla Casa Bianca. Inoltre, a distanza di pochi giorni dall’inizio delle ostilità, gli obiettivi di USA e Israele appaiono ancora oscuri o, perlomeno, costantemente mutevoli. La strategia adottata dall’Iran, al contrario, assume contorni sempre più chiari e riassumibili, sostanzialmente, in tre direttrici: assorbire l’impatto dell’offensiva, riorganizzando i vertici e gestendo la successione di Khamenei; passare a una guerra d’attrito, combattuta cioè nel lungo periodo; internazionalizzare la crisi dal punto di vista sia militare che geoeconomico, gettando la regione nel caos e rendendo l’escalation insostenibile per Washington sotto il profilo politico e diplomatico.

Ritorno al passato?

In una dichiarazione resa al New York Post, Trump ha affermato di non escludere l’invio di truppe di terra statunitensi in Iran “se necessario”, aggiungendo che l’operazione “Furia Epica” – o “Ruggito del leone”, secondo la dicitura israeliana – è “molto in anticipo sui tempi previsti”, dopo aver eliminato diversi esponenti del regime di Teheran, tra cui l’ayatollah Khamenei. “Non ho alcun timore riguardo agli uomini sul campo, come dice ogni presidente”, ha aggiunto Trump. Le sue dichiarazioni sono state accolte con sospetto sia da una buona parte dei democratici che da esponenti del Partito repubblicano, considerato che il disimpegno militare americano è uno dei pilastri dell’ideologia MAGA. In generale, a Capitol Hill, c’è il timore che il presidente agisca nuovamente scavalcando il Congresso, evocando pretestuosamente la necessità di tutelare la sicurezza nazionale. Resta da capire, tuttavia, quale sarebbe l’obiettivo di una simile operazione sul campo. Come evidenzia Ugo Tramballi, Senior Advisor dell’ISPI, stabilire “un obiettivo politico prima d’iniziare una guerra è fondamentale per chi voglia cercare di eliminare le cause che l’hanno scatenata”. Al contrario, come ha chiarito ieri il capo del Pentagono Pete Hegseth, è un’idea fallace – oltre che ingenua – quella di precisare sin da subito quali siano obiettivi e tempistiche di un’offensiva militare. È meglio, a suo dire, tenersi invece le mani libere, evitando di essere smentiti dagli sviluppi sul campo.

Quale strategia iraniana?

Nonostante la morte diKhamenei, il sistema di potere iraniano appare resiliente e strutturato per resistere a tentativi esterni di cambio di regime, attraverso una strategia di decentramento e riorganizzazione. La mancanza di un’invasione di terra e l’assenza di un qualche movimento insurrezionale interno organizzato – come auspicato apertamente da Trump nelle prime ore dopo l’attacco – rendono difficile la caduta dell’attuale sistema di potere, che punta a riorganizzarsi militarmente per negoziare da una posizione meno precaria. Teheran sta rispondendo all’attacco subito con tattiche di attrito, colpendo infrastrutture civili ed energetiche globali per internazionalizzare la crisi. L’obiettivo sembrerebbe quello di forzare – nel lungo periodo – una tregua il più possibile favorevole. A differenza delle precedenti escalation, ad esempio la Guerra dei 12 giorni del giugno 2025, l’Iran ha smesso di lanciare missili e droni in grandi ondate improvvise. Al contrario, i lanci di missili e droni contro Israele e paesi del Golfo sono ora maggiormente diluiti nel tempo, con l’obiettivo specifico di allungare la durata della guerra e dimostrare la capacità di sostenere uno scontro a lungo termine. Inoltre, l’Iran punta a colpire obiettivi economici e infrastrutture energetiche vitali, tramite la chiusura di Hormuz e i raid su paesi vicini anche non ostili (come Qatar e Oman). L’obiettivo finale sarebbe quello di costringere attori esterni, e in parte anche l’opinione pubblica interna americana, a fare pressione sull’amministrazione Trump affinché fermi l’escalation, una volta divenuta insostenibile. Al contrario, gli americani sembrano sperare che Teheran resti a corto di missili, tanto che si aspettano un rallentamento degli attacchi già a partire da oggi, ma il rischio – evidenzia il Wall Street Journal – è che siano gli alleati americani nel Golfo a finire per primi i loro intercettori e sistemi di difesa anti-missile.

Trump rischia tutto?

D’altronde, dando uno sguardo ai sondaggi, si capisce perfettamente quanto la guerra all’Iran non sia popolare tra i cittadini americani, per di più mentre si avvicina l’appuntamento chiave di novembre con le elezioni di metà mandato. Secondo una rilevazione condotta da SSRS per la Cnn, tra sabato e domenica, sei americani su dieci hanno dichiarato di opporsi alla decisione di attaccare la Repubblica Islamica. L’iniziativa bellica, peraltro, è percepita da molti come un modo per soddisfare gli interessi più di Israele, che degli Stati Uniti stessi. Ad alimentare questo sospetto contribuiscono le parole del Segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ieri in sostanza ha fatto capire come gli attacchi statunitensi contro l’Iran siano stati influenzati dai piani israeliani. Le dichiarazioni del capo della diplomazia americana, peraltro, sono arrivate ​​pochi minuti prima che il Pentagono confermasse che il bilancio delle vittime USA nel conflitto è salito a sei, dopo che due corpi sono stati recuperati da una struttura militare del Golfo colpita da un raid iraniano. Insomma, man mano che passano i giorni la pressione interna su Trump sembra destinata ad aumentare. Come pure potrebbe aumentare la pressione internazionale per le conseguenze economiche della guerra, spingendo Russia, India, Cina e magari, in un sussulto d’orgoglio, anche l’Europa ad attivarsi per fermare l’escalation. E Teheran, con tutta evidenza, scommette proprio su questo.

Il commento

Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“In questa guerra l’Iran sembra giocarsi il tutto per tutto. Gli attacchi ai vicini mediorientali, non solo alle basi militari statunitensi qui dislocate ma anche a obiettivi civili, rientrano in una logica di espansione geografica del conflitto volta a massimizzarne i costi per tutti. Non solo per le vicine monarchie del Golfo, che hanno puntato su un’immagine di stabilità per portare avanti le loro strategie di diversificazione economica e attrarre investimenti esteri, oltre a milioni di visitatori ogni anno. Ma anche per le economie mondiali che dipendono dalle esportazioni di petrolio e gas di cui la regione ha ingenti riserve. Il rialzo dei prezzi dell’energia segna solo l’inizio delle ripercussioni su scala globale del conflitto in Medio Oriente”. 

Francesco Petronella

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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