
Donald Trump è tornato a giocare alla guerra come se fosse un format televisivo, e stavolta si è inventato pure il “piano segreto” in 28 punti con Putin per sistemare l’Ucraina. Segreto si fa per dire, perché ne parlano tutti, ma nella sua testa funziona meglio così: lui e lo zar del Cremlino che si chiudono in stanza, scrivono la storia e poi gli altri si adeguano. In realtà è l’ennesima buffonata mediatica di un personaggio ossessionato da visibilità e consenso, che usa una guerra vera come se fosse la scenografia del suo ego. Il copione è identico a quello di sempre. Promessa di “pace immediata”, accordo costruito sulle condizioni del più forte, Ucraina trattata come terreno da ritagliare, Europa messa in un angolo come se non esistesse.
Ogni volta la trama è questa: lui dice che può “risolvere tutto in 24 ore”, che ha la formula magica, che basta una telefonata con Putin e una stretta di mano con Zelensky. Poi, appena scavi sotto lo slogan, scopri che il succo è sempre quello. Congelare la guerra alle condizioni del più forte e chiamarlo “accordo storico”.
Il cuore di questi piani filtrati negli ultimi mesi è semplice e brutale. L’Ucraina dovrebbe accettare la perdita di una parte del suo territorio già occupato. Dovrebbe ridurre il proprio esercito, indebolirsi strutturalmente, mentre alla Russia non viene chiesto nulla di equivalente. In cambio arrivano promesse vaghe di “garanzie di sicurezza”, tutte da definire, tutte appese all’umore dell’inquilino della Casa Bianca di turno. La si racconta come “pace”. In realtà è una resa travestita da compromesso.
Tutto questo viene pensato come se Kyiv fosse un dettaglio e l’Europa non esistesse. L’idea di coinvolgere davvero chi la guerra la vive sulla pelle, chi ha le frontiere a poche ore dal fronte, chi ha pagato energia più cara, inflazione, rifugiati, non lo sfiora nemmeno. È la solita impostazione. L’America decide, la Russia contratta, l’Europa subisce e l’Ucraina firma quello che le mettono davanti. Peccato che nella realtà politica questo schema non regga un minuto.
Provare a presentare agli ucraini un pacchetto del genere significa chiedere a un popolo invaso di dire “va bene, tenetevi i pezzi che avete già rubato, noi ci rimpiccioliamo l’esercito e speriamo che stavolta siate gentili”. Nessun governo potrebbe sopravvivere politicamente a una cosa simile. È un invito al collasso interno, non alla stabilità.
Sul piano militare il paradosso è ancora più evidente. Se riduci la capacità difensiva dell’Ucraina senza disarmare davvero la Russia, non stai costruendo la pace. Stai creando la condizione ideale perché tra qualche anno Mosca torni a premere sul fronte con un vicino più debole e un Occidente che ha già dimostrato di essere disposto a barattare territori per un annuncio di “fine delle ostilità”. È la ricetta perfetta per una guerra congelata che non finisce mai, ma resta lì, a marcire sotto la superficie.
Il metodo mentale di Trump è questo. Personalizza tutto. Trasforma una guerra che riguarda equilibri, trattati, confini, storia e traumi reali in una questione di ego. Nella sua narrazione basta chiudersi in una stanza con Putin, fare due chiacchiere, recitare il copione del “solo io ci riesco” e il conflitto si scioglie. Parlamenti, alleati, opinione pubblica ucraina, sicurezza europea diventano comparse da tenere in corridoio.
Poi c’è il disprezzo sistematico per l’Europa. Per lui non è un blocco politico con interessi propri, ma un condominio litigioso che spende poco in difesa e si lamenta. Quindi non va consultato, va aggirato. Peccato che, senza l’Europa, qualsiasi “piano di pace” sull’Ucraina sia carta straccia, perché il peso della ricostruzione, della sicurezza, dell’energia, del rapporto con Mosca lo reggeremo noi, non lui.
Il risultato è una miscela pericolosa. Un piano scritto sopra la testa degli europei, alle spalle degli ucraini e a beneficio esclusivo della narrazione di Trump. Un prodotto di marketing politico che serve a dire al suo elettorato: vedete, io ci metto la faccia, io ho il coraggio di fare quello che i “globalisti” non fanno. Poco importa se quel copione non regge alla prova dei fatti, dei rapporti di forza, della volontà dei popoli coinvolti.
Qui la follia non è la battuta da comizio. È l’idea di manipolare una guerra vera come se fosse un reality, con la presunzione di imporre agli altri una “pace” che è utile solo alla propria immagine. Una visione in cui contano solo la foto finale, la conferenza stampa, la frase a effetto.
Il punto è semplice. Una pace che premia chi invade, punisce chi si difende, umilia gli alleati e si regge sulle promesse di chi cambia linea a seconda della platea non è una pace. È una truffa politica.
E in fondo la storia è sempre quella. Se affidi una Ferrari a uno che non è in grado di guidarla, magari per un po’ schiva due alberi. Il terzo lo centra in pieno.
Povera America, in quali mani sei finita…
Piero Terracina

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