
C’è qualcosa di più significativo della sconfitta elettorale di Donald Trump nelle elezioni di midterm americane. Ed è il messaggio che gli elettori gli hanno consegnato: un Presidente può avere la Casa Bianca, un Partito fedele e una straordinaria capacità di condizionare la politica, ma non possiede il Paese.
Trump aveva trasformato queste elezioni in una prova di forza personale. E proprio qui sta il suo errore: ha finito per identificare il consenso verso di sé con il consenso verso l’America.
Gli americani non hanno necessariamente scelto i Democratici perché ne condividono ogni idea. Hanno scelto anche di mettere un freno. Il costo della vita, i dazi, le tensioni internazionali e la sensazione di un Paese sempre più diviso hanno presentato il conto.
Ma c’è un aspetto che rischia di passare in secondo piano: le guerre.
Il sostegno di Trump a Israele, il rapporto con Netanyahu e il confronto militare con l’Iran hanno contribuito a portare il Medio Oriente in una situazione estremamente pericolosa. Le operazioni militari e le loro conseguenze non riguardano soltanto Washington e Teheran: coinvolgono popolazioni civili, equilibri regionali, rotte energetiche e sicurezza internazionale.
E mentre gli americani votavano, si parlava già della possibilità di nuovi attacchi contro l’Iran. Una prospettiva che rende ancora più inquietante il momento politico che gli Stati Uniti stanno attraversando.
Perché Trump può perdere il consenso parlamentare, vedere il Congresso passare all’opposizione e subire una pesante bocciatura elettorale, ma resta il Presidente e conserva strumenti militari e diplomatici capaci di condizionare la vita di milioni di persone.
Non abbiamo prove che possa decidere di intensificare una guerra per vendicarsi della sconfitta elettorale. Sarebbe un’affermazione gravissima. Ma il rischio di nuove escalation esiste indipendentemente dalle elezioni, e non può essere ignorato.
È qui che si apre la vera partita!
Un Presidente che perde sostegno in patria può ancora esercitare un’enorme influenza all’estero. Può ricorrere ai poteri esecutivi, intervenire sulla politica internazionale e trasformare ogni confronto con il Congresso in uno scontro istituzionale.
La domanda non è soltanto se Trump accetterà di aver perso il controllo politico. È se saprà distinguere i propri interessi personali e la propria ambizione politica dalla responsabilità di governare una delle maggiori potenze militari del pianeta.
C’è poi un’altra questione: queste elezioni hanno mostrato che il movimento costruito intorno a un uomo non è necessariamente invincibile. La fedeltà personale, quando diventa l’unico criterio per scegliere chi governa, può trasformarsi in una debolezza. E il Partito Repubblicano dovrà prima o poi fare i conti con il proprio futuro oltre Trump.
L’Europa dovrebbe osservare tutto questo con particolare attenzione. Perché un Trump politicamente indebolito in casa non significa necessariamente un Trump meno imprevedibile fuori dai confini americani.
La democrazia americana ha dimostrato di avere ancora strumenti per porre limiti al potere presidenziale. Ma il resto del mondo non dispone dello stesso strumento: non può votare per fermare le decisioni di Washington.
La vera notizia non è soltanto che Trump abbia perso il controllo del Congresso. È che qualcuno gli abbia ricordato che l’America non è sua. Il problema è che le conseguenze delle sue prossime decisioni potrebbero ricadere anche su chi non ha mai avuto la possibilità di scegliere il proprio Presidente.
Angioletta Massimino


Il popolo americano ricusa Trump con il voto
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