
Prima gli scontri in piazza, poi le intimidazioni contro un poliziotto rimasto ferito. La notizia di una lettera contenente insulti e minacce nei confronti dell’agente coinvolto nelle violenze del 17 ottobre ha suscitato la ferma condanna di Deborah Dell’Acqua, vice coordinatrice cittadina di Fratelli d’Italia Milano.
La lettera è stata portata al dirigente del Commissariato Garibaldi-Venezia, Angelo De Simone. E ha riportato al centro del dibattito il clima di ostilità verso chi svolge un servizio di tutela dell’ordine pubblico. «Un episodio gravissimo, che merita una condanna ferma e senza ambiguità», ha dichiarato Dell’Acqua, esprimendo solidarietà al poliziotto ferito, al dirigente e a tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato.
Il punto è proprio questo: dopo una giornata di violenza, chi ne ha già subito le conseguenze finisce nuovamente nel mirino. Un’intimidazione che prolunga l’aggressione sul piano personale e cerca di far pesare la minaccia anche oltre il servizio in piazza. Per questo la risposta pubblica non può limitarsi a formule di circostanza.
«Quanto accaduto non può essere liquidato come un episodio isolato o una semplice provocazione. Le minacce rivolte a chi rappresenta lo Stato sono un fatto che riguarda l’intera comunità», ha sottolineato la vice coordinatrice di FdI Milano.
Difendere chi garantisce la sicurezza significa difendere una condizione essenziale della convivenza civile. Ogni cittadino deve poter manifestare le proprie idee nel rispetto della legge; ogni appartenente alle Forze dell’Ordine deve poter svolgere il proprio compito senza diventare bersaglio di aggressioni e intimidazioni. La libertà del confronto pubblico si indebolisce quando la minaccia viene tollerata, minimizzata o considerata una conseguenza prevedibile delle tensioni politiche.

Dell’Acqua ha richiamato la necessità che Milano torni a riconoscersi nel rispetto delle regole e delle istituzioni: «La violenza non può diventare un linguaggio accettabile del confronto pubblico. E il silenzio, di fronte a simili intimidazioni, non è un’opzione».
È un richiamo che investe la responsabilità di tutte le forze politiche e delle istituzioni cittadine. La condanna delle minacce deve essere chiara, indipendentemente dal bersaglio e dal contesto nel quale maturano. Chi indossa una divisa non può essere lasciato solo quando subisce una aggressione durante il servizio, né quando le intimidazioni continuano dopo.
«Chi aggredisce o minaccia un appartenente alle Forze dell’Ordine non colpisce soltanto una persona, ma tenta di intimidire chi è chiamato a tutelare la sicurezza e la libertà di tutti», ha concluso Dell’Acqua.
Milano ha bisogno di una risposta coerente: solidarietà a chi è stato colpito, rifiuto di ogni giustificazione della violenza e sostegno concreto al lavoro delle Forze dell’Ordine. Abituarsi alle intimidazioni significherebbe concedere a chi le utilizza uno spazio che una città libera non può permettersi di cedere.
Luca Rampazzo


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