
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca riaccende i riflettori sul Medio Oriente, ma la strada per una pace allargata si scontra immediatamente con la fermezza di Riad. Durante un vertice bilaterale focalizzato sulla sicurezza regionale, il presidente statunitense ha espresso la chiara volontà di rilanciare e ampliare gli Accordi di Abramo. La replica dell’Arabia Saudita è stata però immediata e categorica: nessuna normalizzazione delle relazioni con Israele sarà possibile senza la contestuale nascita di uno Stato palestinese indipendente e sovrano.
Donald Trump punta a riprendere il filo interrotto della sua precedente amministrazione. Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, avevano segnato una svolta storica portando alla normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. L’obiettivo strategico di Washington rimane quello di includere l’Arabia Saudita in questo cerchio diplomatico. Secondo la visione della Casa Bianca, un asse stabile tra Tel Aviv e Riad non solo garantirebbe una crescita economica senza precedenti nell’area, ma creerebbe anche un fronte unito e invalicabile per contrastare l’influenza geopolitica dell’Iran.
La risposta della diplomazia saudita ha gelato gli entusiasmi immediati di Washington, confermando una linea politica che non ha subito oscillazioni nonostante le pressioni internazionali. Il ministero degli Esteri di Riad ha ribadito che la stabilità regionale non può prescindere dalla giustizia per il popolo palestinese. Per il Regno arabo, i confini della trattativa rimangono quelli stabiliti dall’Iniziativa di Pace Araba del 2002: uno Stato palestinese indipendente basato sulle linee del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Solo il raggiungimento di questo obiettivo politico aprirà la strada a un dialogo formale e allo scambio di ambasciate con Israele.
A pesare sulla rigidità dell’Arabia Saudita sono anche le profonde ferite del recente conflitto nella Striscia di Gaza. Le immagini delle devastazioni e l’alto numero di vittime civili hanno compattato l’opinione pubblica del mondo arabo e musulmano. Per la leadership saudita, custode dei luoghi sacri dell’Islam, ignorare la questione palestinese in questo momento storico comporterebbe un costo politico interno e internazionale troppo elevato. Riad non può permettersi di cedere la leadership morale del mondo arabo a rivali regionali come Teheran o Ankara.
L’ostacolo maggiore alla visione di Trump non si trova però solo a Riad, ma anche a Gerusalemme. L’attuale esecutivo israeliano ha più volte espresso una netta contrarietà alla soluzione dei due Stati, considerata una minaccia per la sicurezza nazionale dopo gli eventi del 7 ottobre. Di conseguenza, la mediazione americana si trova davanti a un vicolo cieco apparente: Trump deve convincere Israele a fare concessioni storiche sulla sovranità palestinese se vuole ottenere lo storico “sì” dei sauditi.
La diplomazia statunitense si prepara a un lavoro bilaterale complesso. L’amministrazione Trump cercherà di fare leva su un corposo pacchetto di incentivi per Riad, che include un trattato di mutua difesa con gli Stati Uniti, l’accesso ad armamenti avanzati e il sostegno allo sviluppo di un programma nucleare civile saudita. Resta da vedere se questi storici vantaggi strategici saranno sufficienti a far vacillare la dottrina diplomatica del Regno.
Giuseppe Basilico

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