
Le mosse di Donald Trump sul petrolio russo stanno mostrando con sempre maggiore chiarezza qualcosa che fino a poco tempo fa molti preferivano non vedere. Non è soltanto una questione di energia, di prezzi o di equilibri commerciali. Qui si muove una partita molto più grande, una partita che riguarda i rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa.
L’affrancamento dal petrolio russo è stato presentato come una scelta geopolitica inevitabile dopo la guerra in Ucraina. Il ragionamento ufficiale era lineare: ridurre le entrate energetiche di Mosca per indebolire la sua capacità militare.
Ma osservando con un minimo di freddezza quello che è accaduto negli ultimi anni emerge un secondo livello di lettura.
L’Europa è stata privata della sua principale fonte energetica a basso costo e si è ritrovata improvvisamente a dipendere da forniture molto più care. Gas liquefatto americano, nuovi corridoi energetici, contratti più instabili. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque lavori nell’economia reale: l’industria europea paga oggi l’energia molto più di quanto la paghino Stati Uniti e Asia.
Questo non è un dettaglio tecnico. È un colpo diretto alla competitività industriale del continente.
Per decenni l’economia europea ha funzionato su un equilibrio molto preciso: tecnologia avanzata, catene produttive sofisticate e accesso a energia relativamente economica proveniente dalla Russia. Quando uno dei tre pilastri viene rimosso l’intera struttura comincia inevitabilmente a scricchiolare.
Nel frattempo gli Stati Uniti si trovano in una posizione sorprendentemente vantaggiosa. Producono energia in casa, vendono gas liquefatto agli alleati europei e attirano investimenti industriali che cercano costi energetici più bassi.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: Siamo davvero davanti soltanto a una strategia anti russa oppure a qualcosa di molto più ampio?
Donald Trump non ha mai nascosto una visione piuttosto brutale dei rapporti transatlantici. Nella sua lettura del mondo l’Europa non è un partner paritario. È un concorrente economico che per decenni ha prosperato grazie a un equilibrio particolare: sicurezza militare garantita dagli Stati Uniti, energia relativamente economica dalla Russia e un mercato interno gigantesco.
Quell’equilibrio oggi viene messo in discussione.
Sempre più dichiarazioni e decisioni del presidente americano lasciano intravedere una volontà ormai piuttosto esplicita: ridimensionare il peso geopolitico dell’Unione Europea. Non semplicemente riequilibrare i rapporti commerciali, ma indebolire il blocco europeo come attore economico autonomo.
La logica che sta dietro a questo approccio è abbastanza chiara.
Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno progressivamente perso una parte della loro centralità economica nel sistema globale. L’ascesa industriale dell’Asia, l’espansione tecnologica europea in diversi settori e la nascita di nuovi poli economici hanno eroso quella posizione dominante che Washington aveva dopo la fine della Guerra Fredda.
In questa prospettiva l’Europa non è vista come un alleato da rafforzare, ma come uno spazio economico da ridimensionare.
Le tensioni commerciali, le pressioni sulle catene produttive, le dispute su dazi, tecnologia e approvvigionamenti energetici si inseriscono dentro questo quadro. Un quadro nel quale l’energia diventa uno strumento geopolitico formidabile.
Indebolire il sistema energetico europeo significa colpire direttamente il cuore della sua competitività industriale.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Una strategia presentata come un colpo alla Russia rischia di produrre effetti molto più profondi sull’economia europea. Mosca continua a vendere petrolio e gas verso Asia, India e Medio Oriente, mentre l’Europa affronta una transizione energetica forzata che pesa direttamente sulla sua struttura industriale.
A Bruxelles questo nodo continua a essere affrontato con una cautela quasi imbarazzata. Eppure il rischio è evidente. Se questa dinamica dovesse consolidarsi, l’Unione Europea potrebbe trovarsi a pagare molto amaramente le scelte geopolitiche di Washington e le forzature strategiche di Trump.
Non è solo una questione di bollette energetiche. È una questione di sovranità industriale.
Se il sistema produttivo europeo perde competitività strutturale interi comparti industriali rischiano di spostarsi verso aree dove energia e politiche industriali sono più favorevoli. E tra queste aree ci sono proprio gli Stati Uniti.
Da qui nasce la sensazione sempre più diffusa che dietro molte scelte degli ultimi anni non ci sia soltanto la volontà di isolare la Russia, ma anche quella di ridimensionare il peso dell’Unione Europea nello scenario globale.
In altre parole: polverizzare la compattezza economica europea per ricostruire una centralità americana che negli ultimi decenni si è progressivamente assottigliata.
Se questa lettura è anche solo parzialmente corretta, il nodo politico diventa inevitabile.
L’Europa non può continuare a comportarsi come se si trovasse ancora nel mondo degli anni Novanta, quando l’alleanza atlantica era un rapporto quasi automatico e privo di tensioni strategiche.
È arrivato il momento che l’Unione Europea difenda con maggiore decisione i propri interessi energetici e industriali. Non con dichiarazioni diplomatiche prudenti ma con una posizione molto più chiara davanti alle scelte geopolitiche dell’attuale amministrazione americana.
Ma dentro questa storia c’è anche un altro elemento che spesso viene ignorato. Un elemento che riguarda direttamente gli Stati Uniti.
Per troppo tempo l’America ha vissuto sugli allori della propria supremazia geopolitica. Per decenni ha potuto permettersi di finanziare deficit giganteschi perché il dollaro era la moneta di riferimento del sistema globale. Il mondo intero comprava debito americano perché quel debito era garantito dal peso politico, militare ed economico degli Stati Uniti.
Questo meccanismo ha funzionato a lungo. Ma non è una legge della natura.
Un sistema finanziario basato sull’emissione continua di debito può reggere soltanto se dietro esiste una struttura economica che produce risparmio privato, investimenti e capacità industriale in grado di sostenere quel debito nel tempo.
Pensare di poter continuare a vendere debito pubblico ovunque semplicemente perché il dollaro è la valuta dominante è una forma di arroganza geopolitica che prima o poi presenta il conto.
Negli ultimi anni molti paesi hanno iniziato a diversificare le proprie riserve. Altri stanno costruendo sistemi commerciali alternativi. Non si tratta di una rivoluzione immediata, ma di un processo lento che erode gradualmente quella posizione privilegiata su cui Washington ha costruito la propria forza finanziaria.
In questo contesto pensare di poter trattare gli alleati come semplici strumenti economici o mercati subordinati rischia di essere un errore strategico enorme.
Il mondo non è più quello di trent’anni fa.
Per questo cresce la speranza che questa stagione politica si chiuda il prima possibile e che negli Stati Uniti torni una leadership più lucida, capace di capire che distruggere gli equilibri occidentali per inseguire una supremazia momentanea non rafforza l’America.
La indebolisce. Perché un Occidente diviso non rafforza nessuno, indebolisce tutti.
Piero Terracina

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