
Donald Trump ha rispolverato lo spadone. Non quello atomico ostentato da Putin, non quello delle alleanze strategiche o della diplomazia multilaterale, ma uno strumento più rozzo e simbolico: lo spadone del crociato. Un’arma scenografica, ingombrante, che fa rumore quando viene agitata e produce effetti più psicologici che concreti. I fendenti partono in ogni direzione senza una geometria precisa: Oriente, Occidente, America del Sud e del Nord. Tutti potenziali bersagli, tutti utili a costruire la narrazione di un’America accerchiata e costretta a difendersi. Il copione è noto. Gli Stati Uniti sarebbero vittime di forze oscure, traffici illegali, governi ostili e complotti più o meno dichiarati. La risposta non passa tanto dalle soluzioni, quanto dalla messa in scena della forza. È qui che lo spadone diventa centrale: non serve vincere la battaglia, basta dimostrare di essere pronti a combatterla. Per ora, infatti, siamo ancora alle prove generali. Molta enfasi, molta retorica, pochi risultati tangibili. Ma lo spettacolo funziona, soprattutto sul piano interno. L’aria truce del Presidente, i toni ultimativi, la promessa di punire i nemici servono a rassicurare una parte dell’elettorato e a spaventare l’altra. La politica estera diventa così una rappresentazione domestica pensata più per il pubblico americano che per i destinatari reali dei messaggi. All’estero però la memoria è lunga. A Kabul resta la sensazione di essere stati abbandonati dopo anni di retorica sulla responsabilità morale. In Iraq il bilancio di un intervento che doveva esportare stabilità continua a produrre instabilità e rimpianti discutibili. Errori di percorso, si dirà. Ma quando gli errori si sommano diventano metodo. Nel frattempo democratici e repubblicani hanno condiviso almeno una certezza: armarsi. Gli arsenali si sono riempiti, le industrie belliche hanno prosperato, le vecchie scorte hanno trovato nuova vita in altri conflitti. Oggi resta un surplus di potenza che chiede di essere giustificato, utilizzato, indirizzato. Ed è qui che Trump torna utile con lo spadone del crociato. Non per risolvere crisi complesse, ma per individuare nuovi campi da arare, nuovi fronti su cui agitare la lama. Non importa quanto il colpo sia efficace: ciò che conta è il clamore, la paura che produce, l’immagine di forza che restituisce. In un mondo stanco delle guerre vere, lo spadone serve soprattutto a far credere che qualcuno sappia ancora cosa e soprattutto dove colpire.
Angelo Santoro

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