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Trump e l’Iran, tra negoziati e minacce

Riuscirà Donald Trump a ricacciare nella lampada il genio della guerra liberato dagli attacchi congiunti israelo-americani all’Iran? Il presidente americano pare fiducioso: “Ci hanno fatto un regalo, che è arrivato oggi. Ed era un regalo molto importante, dal valore enorme. Questo per me significava una cosa sola: abbiamo a che fare con le persone giuste”, ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In un messaggio diffuso poco dopo dall’Organizzazione marittima internazionale, Teheran ha garantito il passaggio sicuro alle “imbarcazioni non ostili” che attraversano lo stretto di Hormuz. In quello che potrebbe apparire quindi come un primo segnale di de-escalation, l’Iran ha confermato che non intende “prendere di mira nazioni amiche”, sebbene molte navi si astengano dal navigare poiché le compagnie assicurative si rifiutano di assumersi simili rischi. Il quadro resta quindi instabile e contraddittorio.

di Alessia De Luca | 26 Marzo 2026

Riuscirà Donald Trump a ricacciare nella lampada il genio della guerra liberato dagli attacchi congiunti israelo-americani all’Iran? Il presidente americano pare fiducioso: “Ci hanno fatto un regalo, che è arrivato oggi. Ed era un regalo molto importante, dal valore enorme. Questo per me significava una cosa sola: abbiamo a che fare con le persone giuste”, ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In un messaggio diffuso poco dopo dall’Organizzazione marittima internazionale, Teheran ha garantito il passaggio sicuro alle “imbarcazioni non ostili” che attraversano lo stretto di Hormuz. In quello che potrebbe apparire quindi come un primo segnale di de-escalation, l’Iran ha confermato che non intende “prendere di mira nazioni amiche”, sebbene molte navi si astengano dal navigare poiché le compagnie assicurative si rifiutano di assumersi simili rischi. Il quadro resta quindi instabile e contraddittorio. Poche ore prima, Trump aveva minacciato di “distruggere” le centrali elettriche iraniane se lo Stretto non fosse stato riaperto entro lunedì sera. All’apertura dei mercati, però, ha concesso cinque giorni in più, parlando di “ottime conversazioni” che Teheran continua a smentire. Le borse reagiscono di conseguenza, alternando fasi di panico innescate da dichiarazioni aggressive e rimbalzi alimentati da promesse esagerate. Nel frattempo, la linea americana appare sempre più ondivaga: dall’obiettivo dichiarato di rovesciare il regime degli Ayatollah alla decisione, nel giro di pochi giorni, di allentare le sanzioni sul petrolio iraniano per contrastare l’aumento dei prezzi del greggio.

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Un piano in 15 punti?

Allo stato attuale, i tentativi di un negoziato in corso ruoterebbero principalmente intorno a una proposta in 15 punti avanzata da Washington tramite il Pakistan. Secondo il Wall Street Journal, il piano prevede che l’Iran smantelli i suoi tre principali siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow; ponga fine a qualsiasi attività di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio; sospenda il programma missilistico balistico; limiti il sostegno ai gruppi armati nella regione e riapra lo Stretto di Hormuz. In cambio, Teheran otterrebbe la revoca di tutte le sanzioni legate al programma nucleare e gli Stati Uniti fornirebbero assistenza – pur monitorando – al programma nucleare civile del Paese nell’impianto di produzione di energia elettrica a Bushehr. La proposta – i cui dettagli non ufficiali sono trapelati sulla stampa internazionale – lascia però aperti numerosi interrogativi. Non è chiaro, infatti, perché Teheran dovrebbe accettare una proposta che ricalca quella già posta sul tavolo dei colloqui in corso prima dell’inizio della guerra, il 28 febbraio scorso, e che Teheran aveva già rifiutato definendola “inaccettabile”. E ancora: se anche l’Iran dovesse mostrare interesse, Israele appoggerebbe un piano che – contrariamente alle promesse di Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – manterrebbe sostanzialmente in piedi il regime della Repubblica Islamica?

Negoziati vs escalation?

L’interpretazione più ottimistica è che entrambe le parti abbiano compreso che l’escalation avrebbe un costo troppo elevato. Ma ci sono molti motivi per dubitarne. La fiducia tra i contendenti è ai minimi storici e il fatto che la mediazione omanita – uno dei pochi canali credibili – si sia sfilata, non lascia ben sperare. Lo stesso Trump continua a muoversi in modo erratico, alternando aperture e minacce: come tale almeno suona la sua decisione di inviare altri mille militari americani nel Golfo. Sul terreno, intanto, la de-escalation non si vede. Secondo una fonte citata da Press TV, l’emittente televisiva statale iraniana in lingua inglese, la Repubblica Islamica ha “risposto negativamente” al piano statunitense in 15 punti. I missili iraniani, intanto, stanno ottenendo più successo del previsto nel penetrare le difese israeliane, mentre il portavoce militare israeliano Effie Defrin ha dichiarato che il piano di guerra dello Stato ebraico rimane “invariato” nonostante le dichiarazioni delle ultime ore da parte di Trump. Intanto, le forze armate israeliane hanno intensificato la loro campagna nel Sud del Libano di cui hanno dichiarato di voler prendere il controllo fino al fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine.

Trump ha solo cattive opzioni?

In questo contesto, la posizione americana appare sempre più stretta. La credibilità di Washington è erosa da annunci contraddittori e ultimatum disattesi. Sul piano militare, poi, la campagna aerea ha certamente indebolito la proiezione regionale dell’Iran, ma se la forza bruta non ha già messo in ginocchio la Repubblica Islamica, Trump non ha ancora spiegato perché Teheran dovrebbe rinunciare al suo principale strumento di pressione – il controllo dello Stretto – senza sostanziali concessioni da parte degli Stati Uniti. “Le alternative per Trump restano tutte problematiche – osserva Stephen Collinson in un’analisi su CNN – Un’escalation militare, concentrata sulle infrastrutture e sugli obiettivi iraniani nell’area dello Stretto, non offre garanzie di successo e rischia anzi di inasprire ulteriormente il conflitto. L’opzione di un intervento terrestre segnerebbe un salto politico difficilmente sostenibile, riportando gli Stati Uniti nello scenario delle ‘guerre infinite’ che lo stesso Trump ha sempre contestato”. All’opposto, un disimpegno accompagnato da una dichiarazione di vittoria – reale o ingigantita – lascerebbe gli alleati del Golfo esposti, rischiando di rafforzare un Iran più aggressivo, senza aver risolto il nodo del nucleare. In questo quadro, i colloqui per Washington appaiono più una necessità che una scelta strategica, in un contesto in cui – al presidente Usa – sembrano rimanere solo cattive alternative.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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