
Donald Trump continua a ragionare come se gli Stati Uniti fossero ancora la potenza industriale e creditrice di un secolo fa, libera di imporre la propria volontà senza pagarne conseguenze. Il Lago Ontario ribattezzato “Lake America” e il tentativo di mettere sotto controllo americano una parte decisiva dell’estrazione e della gestione del petrolio venezuelano sono due episodi diversi, ma rispondono alla stessa logica: ciò che Washington considera strategico deve rientrare nella sua sfera di controllo.
Il problema è che l’America del 2026 non è quella del 1926. Gli Stati Uniti hanno superato i 40.000 miliardi di dollari di debito federale, continuano ad accumulare deficit enormi e devono destinare una quota crescente delle entrate al pagamento degli interessi. Per decenni tutto questo è stato sostenibile perché il mondo comprava Treasury quasi automaticamente e il dollaro era considerato il rifugio naturale del capitale globale. Oggi quel meccanismo continua a funzionare, ma con meno certezze. I rendimenti richiesti dal mercato sono più alti, soprattutto sulle scadenze lunghe, e Washington deve trovare continuamente compratori per quantità gigantesche di nuovo debito.
Anche il mercato interno mostra segnali di debolezza. Consumi più fragili, credito costoso, immobiliare sotto pressione e famiglie strette tra prezzi elevati, affitti e rate raccontano un’economia molto meno brillante di quanto suggeriscano gli indici di Wall Street, sostenuti soprattutto dai grandi gruppi tecnologici. Parlare di collasso sarebbe sbagliato, ma ignorare il rallentamento sarebbe altrettanto assurdo.
In questo quadro Trump sta facendo qualcosa di ancora più pericoloso: sta deteriorando i rapporti con gli alleati storici degli Stati Uniti. Il Canada è il caso più evidente. Due economie integrate, quasi novemila chilometri di frontiera comune, cooperazione militare e commerciale costruita in decenni sono stati messi sotto pressione da minacce, dazi e provocazioni. Ottawa oggi guarda con sempre maggiore interesse verso l’Europa, rafforza i rapporti con Regno Unito, Francia, Ucraina e Giappone e partecipa sempre più direttamente ai nuovi programmi industriali e militari occidentali che si stanno sviluppando fuori dal controllo esclusivo di Washington.
Sta prendendo forma un campo largo che ruota sempre più intorno all’Europa e collega Canada, Regno Unito, Giappone e Ucraina. Non è un blocco antiamericano e nessuno pensa di sostituire gli Stati Uniti dall’oggi al domani, ma il segnale politico è chiaro: gli alleati stanno cercando alternative per ridurre la propria dipendenza da Washington.
Ed è qui che la politica di Trump diventa contraddittoria. Vuole riaffermare la supremazia americana, ma nel frattempo spinge gli alleati a diventare più autonomi dagli Stati Uniti. Vuole un maggiore controllo sulle risorse strategiche altrui, ma contemporaneamente rende meno attraente il sistema economico e politico americano. Vuole un’America dominante, ma continua ad aumentare il costo necessario per mantenerla tale.
La forza degli Stati Uniti nel dopoguerra non derivava dal controllo diretto delle risorse degli altri Paesi, ma dalla capacità di costruire un sistema nel quale conveniva commerciare con Washington, usare il dollaro, comprare Treasury e stare dentro le sue alleanze. Trump sembra voler sostituire questo modello con uno molto più semplice: pressione economica, dazi, minacce e rapporti di forza.
Il rischio è evidente. Un’America con oltre 40.000 miliardi di dollari di debito non può permettersi di indebolire contemporaneamente la fiducia dei mercati e quella degli alleati. Rinominare un lago o mettere le mani sul petrolio venezuelano può avere un valore simbolico o economico immediato. Spingere Canada, Europa e Giappone a organizzarsi sempre meglio senza Washington potrebbe invece avere conseguenze molto più profonde.
Non ci resta che aspettare il prossimo novembre. Allora capiremo se gli Stati Uniti hanno davvero deciso di suicidarsi politicamente ed economicamente, oppure se quello che stiamo vedendo è stato soltanto un gigantesco errore di percorso.
Piero Terracina

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