
di Francesco Petronella*
La politica estera non è in alcun modo separabile dalla politica interna, di cui è per certi versi un prolungamento. Lo sa bene Donald Trump, che dopo aver incassato la scorsa settimana una sentenza della Corte Suprema favorevole all’esecutivo sul tema migranti, a cinque mesi dal suo insediamento non riesce ancora a realizzare la promessa elettorale di sedare i due principali scenari di crisi odierni: la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente (al netto del cessate il fuoco tra Israele e Iran). A Gaza, infatti, si continua a morire – la nuova modalità di distribuzione degli aiuti umanitari ha causato “massacri a catena”, secondo Medici Senza Frontiere – e i negoziati Israele-Hamas languono penosamente. Mosca, intanto, starebbe ammassando truppe al confine russo-ucraino nell’area di Sumy, lasciando presagire il peggio. Anche in patria, tuttavia, sono gioie e dolori per il tycoon, che vede il Partito repubblicano spaccarsi – come già accaduto sull’Iran – circa la discussione in Senato della legge per estendere le esenzioni fiscali, tagliando il budget per Medicaid e aiuti alimentari. Dopo aver superato a fatica un voto procedurale cruciale sabato sera, il pacchetto legislativo potrebbe incontrare ostacoli anche maggiori alla Camera. In questo contesto, il tasso di approvazione di Trump non peggiora, ma resta – suo malgrado – complessivamente negativo.

Mosca non ascolta?
Nel weekend appena trascorso la Russia ha scatenato contro i territori ucraini l’attacco aereo più imponente dall’inizio del conflitto: oltre 500 colpi, di cui 477 droni e numerosi missili. Dei proiettili lanciati, riferisce l’esercito ucraino, 249 sono stati abbattuti, mentre 226 risultano dispersi. Inoltre, secondo fonti del Wall Street Journal, le forze russe si trovano ormai a circa 20 chilometri da Sumy, capoluogo dell’omonima regione nel nord-est dell’Ucraina, mettendo sotto pressione vari punti del fronte. Intanto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto per ritirare Kiev dalla Convenzione di Ottawa, che vieta l’uso, la produzione e l’accumulo delle mine antiuomo. Sembrano cadute nel vuoto, dunque, le parole di Trump, che all’offerta di sostegno diplomatico avanzata da Vladimir Putin durante la crisi Iran-Israele, aveva risposto di concentrarsi sul dossier ucraino. Ciononostante, Mosca mantiene un atteggiamento possibilista verso Washington. Infatti, se da una parte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato non può “essere spinta a negoziare” con le sanzioni – in riferimento all’UE – il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov ha parlato di relazioni “amichevoli” con l’amministrazione USA ed è tornato sull’ipotesi di un incontro Trump-Putin (probabilmente solo a ottobre, per l’80esimo anniversario delle Nazioni Unite).
Gaza, senza via d’uscita?
Incassato in tempi relativamente rapidi il cessate il fuoco tra Israele e Iran, Trump è tornato a parlare della crisi ancora aperta – quella di Gaza – in una lunga intervista a Fox News. Il tycoon ha ribadito la necessità che il premier israeliano Benjamin Netanyahu raggiunga un accordo che garantisca il rilascio degli ostaggi e un cessate il fuoco nella devastata enclave palestinese, colpita ogni giorno da raid delle Forze di difesa israeliane (IDF), con un bilancio di oltre 85 morti nelle ultime 24 ore e 56.500 vittime dal 7 ottobre, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità locale. Alle vittime dei bombardamenti si aggiungono quelle, sempre più numerose, delle ormai frequenti sparatorie nei centri di distribuzione gestiti dalla contestata Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Trump, solo venerdì scorso, aveva previsto che “entro una settimana” si sarebbe siglata un’intesa tra le parti, mentre dal Cairo fanno sapere che si lavora per una tregua di 60 giorni, con la speranza di passare successivamente a una nuova fase, sul modello dell’ultimo cessate il fuoco infranto da Israele a marzo scorso. Intanto, il ministro israeliano per gli Affari Strategici, Ron Dermer, è atteso a Washington per discutere dell’estensione degli Accordi di Abramo.
Iran, tutto da rifare?
Nella stessa intervista ai microfoni dell’emittente conservatrice, Trump ha dichiarato che – dopo “l’annientamento” del programma nucleare di Teheran – “l’ultima cosa che vogliono fare in questo momento è pensare al nucleare, devono rimettersi in forma”. Ha tuttavia ribadito che gli USA, dopo aver sganciato 14 bombe anti-bunker contro gli impianti di arricchimento iraniani, sarebbero pronti a colpire nuovamente, qualora fosse necessario in futuro. Un’eventualità non eccessivamente remota, secondo il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) Rafael Mariano Grossi. In un’intervista alla CBS News andata in onda domenica, infatti, il funzionario ha puntualizzato che l’Iran potrebbe arricchire l’uranio già nel giro di “qualche mese”, contraddicendo di fatto le rivendicazioni del presidente americano. Secondo recenti rilevazioni statistiche, inoltre, l’attacco all’Iran ha avuto un impatto relativo sulla sua popolarità di Trump, ma i tassi di approvazione del suo operato dopo cinque mesi di secondo mandato rimangono negativi. Un sondaggio di Quantus, condotto tra il 23 e il 25 giugno, mostra un leggero calo del consenso verso Trump, che scende al 47% dal 48%. Insomma, la politica internazionale non fa perdere troppi consensi, ma non è neanche in grado di generarne, né di galvanizzare le folle. Per questo, alla Casa Bianca, la parola d’ordine è una sola: chiudere, il prima possibile, le crisi in atto.
Il commento
Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Come era prevedibile, a quasi sei mesi dall’insediamento, gli impegni elettorali di Donald Trump stanno cominciando a scontrarsi con la prova della realtà e non stupisce che proprio in campo internazionale emerga più chiaramente lo scarto che esiste fra parole e fatti. Nonostante i ‘pesi e contrappesi’, il margine di azione dal Presidente nella sfera interna è maggiore rispetto che all’estero; soprattutto, nella sfera interna, l’azione della Casa Bianca non deve tenere in conto dalla volontà e delle resistenze di attori come Russia o Israele, con agende forti e una solida determinazione nel perseguirle. È difficile che questo stress test metta l’amministrazione in difficoltà. Tuttavia, è chiaro come anche questo contribuisca a portare in luce le fratture che attraversano il Partito repubblicano e il movimento MAGA. Le ‘mani avanti’ di J.D. Vance sull’intervento in Iran e le sue dichiarazioni su come Washington non abbia intenzione di impegnarsi ‘boots on the ground’ dicono molto delle priorità della Casa Banca e dell’intenzione di confermare agli elettori che nulla è davvero cambiato, date anche le difficoltà che attendono il voto sul Big Beautiful Bill”.
Francesco Petronella
*(Istituto Ispi)

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