
La traiettoria mentale e operativa di Donald Trump non è quella di un leader che forza gli equilibri, si era ampiamente compreso. È quella di un uomo che li rompe, uno dopo l’altro, fino a ritrovarsi sempre più solo dentro la propria linea. Non è strategia, è isolamento che si autoalimenta, sostenuto da una deriva autodistruttiva permanente.
L’attacco a Giorgia Meloni segna un punto di rottura chiaro. Non una semplice divergenza, ma un affondo diretto alla persona e alla sua linea politica, arrivando a mettere in discussione l’affidabilità dell’intero Paese che rappresenta. Trump l’ha accusata apertamente di trasformismo, di scarsa collaborazione e di essersi sottratta a quella che, nella sua visione, dovrebbe essere una linea compatta sull’escalation in Medio Oriente e sulla gestione della crisi legata allo Stretto di Hormuz. In pochi giorni ha ribaltato il giudizio su un’alleata che fino a ieri considerava allineata e amica.
Nel suo schema non esistono sfumature, punti di convergenza o dialogo. O si segue la linea, oppure si imbestialisce e si diventa un ostacolo. E ogni ostacolo diventa il bersaglio di reazioni sopra le righe, da eliminare.
Tutto questo arriva dopo lo strappo precedente, ancora più grave. L’attacco al Papa, peraltro il primo americano della storia pontificia, liquidato con toni duri come debole, analfabeta e incompetente. Una mossa che ha un peso politico preciso, perché significa entrare in rotta di collisione con una parte rilevante del mondo cristiano, inclusa quella base americana che per anni ha rappresentato un pilastro del suo consenso.
Meloni, quale rappresentante del Paese che ospita storicamente la Chiesa, ha reagito difendendo il ruolo del Papa e definendo inaccettabili quelle parole. Da lì la frattura si è allargata. Convergenze e pacche sulle spalle cancellate, spazio allo scontro frontale.
A questo si aggiunge un errore politico concreto della stessa Meloni, subito dopo, che rischia di pesare oltre misura. La decisione di non rinnovare un memorandum con Israele apre un fronte estremamente delicato. Non è una scelta fatta con leggerezza, perché tocca un rapporto costruito negli anni su cooperazione tecnologica, farmaceutica, militare e commerciale, oltre che strategica. In un momento già teso e difficile, mandare un segnale di distacco viene inevitabilmente letto come una presa di posizione, anche se formalmente si tratta solo di un memorandum.
Il risultato è un effetto boomerang ad alto rischio. Da un lato Meloni viene attaccata da Trump, dall’altro si espone al rischio concreto di incrinare i rapporti con una parte rilevante della comunità ebraica italiana. Una mossa che può essere percepita come uno strappo, senza un vantaggio chiaro a compensarlo. Le motivazioni appaiono opache e contraddittorie, probabilmente legate a pressioni interne alla coalizione di governo e al tentativo di ricompattare un elettorato in difficoltà dopo la batosta del referendum.
Nel frattempo il contesto globale non è in grado di assorbire questa pressione continua da parte di un folle che posta oltre 7000 contenuti sui social dal suo insediamento e manca completamente di pragmatismo e senso di equilibrio. Il Medio Oriente è una miccia accesa, il passaggio di Hormuz è un punto nevralgico per l’energia mondiale e basta poco per trasformare una tensione in crisi sistemica. In questo scenario, spingere verso un’escalation continua significa mettere in difficoltà l’intero sistema, non solo gli avversari, e Trump sembra non rendersi conto che le sue scelte ricadono in primis sugli americani.
Il quadro finale attuale è abbastanza chiaro: Trump non sta isolando gli altri, sta isolando se stesso. E l’Italia si ritrova nel mezzo, tra un alleato che alza il livello dello scontro e scelte interne che rischiano di aprire fratture politiche collaterali pericolose.
È sempre così: quando la politica perde il senso della misura, le conseguenze non restano confinate nei palazzi. Si allargano, si sommano, e prima o poi presentano il conto.
Piero Terracina

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