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TRUMP CI HA PORTATO AD UN PUNTO DI ROTTURA DELLA STORIA

Dal “ghiaccio bollente” al disgelo. In poche ore, nella cornice del World Economic Forum di Davos, il dossier Groenlandia è passato da essere il potenziale prodromo di una catastrofica guerra Usa-Ue senza precedenti a soggetto di un rabberciato copione “vogliamoci bene, in fondo siamo tutti membri del club Nato”. Trump, pur confermando le sue bramosie sull’isola danese, prima ha escluso un intervento militare, e poi, dopo un incontro col Segretario della Nato, Rutte, ha dichiarato di “aver ottenuto quel che voleva”, tanto da cancellare i dazi che dal primo febbraio dovevano scattare contro i paesi europei scesi in campo a difesa della sovranità della Groenlandia. I contorni di questo accordo non sono ancora ben chiari, anche perché l’ossequioso Rutte non è in grado di intavolare alcuna trattativa con il principale finanziatore dell’Alleanza.

di Enrico Cisnetto | 26 Gennaio 2026

“Il diritto senza la forza è impotenza, la forza senza il diritto è tirannia. La giustizia senza la forza è contraddetta, poiché vi sono sempre dei malvagi. La forza senza la giustizia è messa sotto accusa. Bisogna dunque mettere insieme la giustizia e la forza, e perciò fare in modo che ciò che è giusto sia forte e ciò che è forte sia giusto”

(Blaise Pascal, Pensieri, 1670)

Dal “ghiaccio bollente” al disgelo. In poche ore, nella cornice del World Economic Forum di Davos, il dossier Groenlandia è passato da essere il potenziale prodromo di una catastrofica guerra Usa-Ue senza precedenti a soggetto di un rabberciato copione “vogliamoci bene, in fondo siamo tutti membri del club Nato”. Trump, pur confermando le sue bramosie sull’isola danese, prima ha escluso un intervento militare, e poi, dopo un incontro col Segretario della Nato, Rutte, ha dichiarato di “aver ottenuto quel che voleva”, tanto da cancellare i dazi che dal primo febbraio dovevano scattare contro i paesi europei scesi in campo a difesa della sovranità della Groenlandia. I contorni di questo accordo non sono ancora ben chiari, anche perché l’ossequioso Rutte non è in grado di intavolare alcuna trattativa con il principale finanziatore dell’Alleanza di cui è alla guida, né tantomeno ne aveva mandato. Ma tanto è bastato al presidente americano per intestarsi il merito di aver scongiurato lo scontro euro-atlantico che lui stesso aveva provocato, e per ridare fiato ai prudenti e ai pontieri continentali.

Se di fronte a tanta schizofrenia – che, visto il contesto in cui si è svolto, richiama alla mente “La montagna incantata” di Thomas Mann, ambientato proprio nella cittadina svizzera – vi gira la testa, avete palpitazioni e attacchi di ansia, state tranquilli, non c’è niente di neurologico, è “solo” l’effetto Trump e il passaggio dalla geopolitica all’egopolitica (la fantastica definizione è di Antonio Missiroli, già Segretario generale aggiunto della Nato, espressa nella War Room di giovedì 22 gennaio, qui il link). Di fronte a ciò possiamo reagire in due modi, ma è tassativo escluderne un terzo. Il primo è di tipo reattivo: il limite è stato superato, ora basta, reagiamo. Il secondo è di tipo costruttivo: Trump ha messo fine alla lunga transizione tra il vecchio ordine mondiale iniziato con Yalta e concluso nel 1991 con la caduta del comunismo, ora è venuto il momento di istituirne uno nuovo, anche prescindendo dagli Stati Uniti, diamoci da fare. Il terzo, quello da escludere, è il modo – che definirei furbescamente conciliativo – fin qui praticato dall’Italia: il matrimonio con gli Usa è indissolubile, quindi portiamo pazienza, rabboniamo l’esagitato e vedrete che qualcosa di buono portiamo a casa, la scaltrezza paga. Chiaro che i primi due approcci presuppongono il tenere la schiena dritta, mentre per l’altro è funzionale tenerla ben piegata.

Per capire quale sia la strada giusta da imboccare, consiglio vivamente la lettura del discorso, davvero straordinario in questo tempo di dilagante mediocrità, tenuto dal primo ministro canadese, Mark Carney, sempre a Davos – dove si è guadagnato la standing ovation della platea, al contrario di Trump – e che potremmo titolare “l’alleanza contro l’aggressività delle superpotenze” (eccovi la traduzione in italiano pubblicata da Linkiesta, qui il link). Vi troverete tutte le ragioni, a cominciare dalla decisa negazione dell’ineluttabilità dell’aforisma di Tucidide (“i forti fanno ciò che devono fare, i deboli accettano ciò che devono accettare”), che ci dovrebbero indurre a scegliere la seconda opzione senza per questo negare le ragioni della prima, ed evitare (o smettere di praticare) la terza.

La tesi di Carney – che, ricordo, è l’unico al mondo ad avere presieduto due diverse banche centrali, quella canadese e quella inglese (dalla quale si è dimesso in dissenso con la Brexit) – è che l’ordine mondiale, peraltro già traballante da tempo, è finito e siamo “all’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli” anche e soprattutto grazie al fatto che “è forte la tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza”. Ma non è un destino fatalmente ineludibile. Basta reagire, per cambiare il verso della storia. Il premier canadese si è rivolto ai tanti che “per decenni hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione”. Ma “questo patto oggi non funziona più”, tanto che “siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”. Certo, Carney non nega che il vecchio ordine poggiasse su un solido strato di ipocrisia: “sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa. Che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima”. Ma sapevamo anche che quella “finzione è stata utile”, e che in particolare “l’egemonia americana ci ha dato rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute”. Tuttavia, quel mondo non c’è più, e averne nostalgia è tanto comprensibile quanto improduttivo.

Carney non ne fa riferimento, ma l’inizio della fine è in tre date: novembre 1989 (caduta del Muro di Berlino), luglio 1991 (scioglimento del Patto di Varsavia) e dicembre 1991 (fine dell’Unione Sovietica). In 25 mesi si è consumata la morte del comunismo e con essa è venuto meno il mondo diviso in due blocchi nato sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Ma da quel momento non si è verificata “la fine della storia” preconizzata dal politologo statunitense Francis Fukuyama nel 1992. È invece iniziata una lunga transizione in cui al dispiegarsi della globalizzazione economica e finanziaria – che ha consentito di sfamare miliardi di persone e di redistribuire la ricchezza planetaria – ha fatto da contrappunto l’indebolimento della politica dei paesi democratici, la devitalizzazione delle istituzioni multilaterali (in primis l’Onu) e lo sviluppo del Sud del mondo poggiato in prevalenza su sistemi autocratici e “democrature”. Poi, nel nuovo secolo, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ed è da qui che parte la spietata analisi di Carney: “le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma, le tariffe come leva, le infrastrutture finanziarie come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare”. Ma quali caratteristiche hanno assunto le grandi potenze nell’ultimo trentennio? La Cina ha abbandonato la grande scommessa di Deng Xiaoping di coniugare il “capitalismo di Stato” con una progressiva, seppur moderata, apertura alla democrazia e all’occidentalizzazione dei costumi, fino all’avvento al potere di Xi Jinping nel 2012, che ha sì spinto lo sviluppo economico ma accentuando i connotati autoritari del regime e inaugurando una politica di espansione internazionale che non solo allarga l’influenza della Cina in Africa e in Eurasia, ma la struttura come superpotenza globale che contende la primazia planetaria agli Stati Uniti. La Russia di Putin ha progressivamente abbandonato la strada del dialogo per rispolverare le vecchie abitudini e ambizioni sovietiche, fino all’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, che segna il punto di rottura con l’Europa. E infine gli Stati Uniti, che dopo Reagan e Bush senior che bene o male hanno saputo gestire la fine dell’epoca di Yalta, sono via via scivolati su un piano inclinato che li ha portati al primo ma soprattutto al secondo Trump. In questo quadro l’Europa si è allargata e si è data una moneta comune ma è rimasta un’incompiuta che vive la contraddizione di essere il più grande e prospero mercato del mondo, il luogo per eccellenza della democrazia e del welfare, senza essere pienamente un soggetto politico e militare e un’economia integrata.

E qui arriviamo a quella che Carney ha giustamente definito “la rottura”.

In questo primo anno di ritorno alla Casa Bianca, Trump – purtroppo – ha confermato le due cose che tanto qui quanto nelle mie War Room ho fin da subito sostenuto. La prima: gli Stati Uniti sono comandati da un uomo che segue logiche di potere ostili alle regole della democrazia sul piano interno e a quelle della diplomazia e al diritto nelle relazioni internazionali, ma basate solo ed esclusivamente sulla forza, che sia essa la forza delle armi o del denaro. La seconda: il presidente americano, deliberatamente, ha prima messo in crisi e poi fatto saltare l’alleanza euro-atlantica. Il limite è stato superato – anche a prescindere dalle intollerabili arroganze e dagli atteggiamenti grotteschi contraddistinti da una evidente vena di follia – ed è venuto il momento di prenderne atto, senza più timori, infingimenti, furbizie (peraltro malriposte) o genuine ma ingenue speranze di suoi ravvedimenti o di poterci mettere una toppa. E non sarà certo lo stop sulla Groenlandia – che la prudenza indotta dai suoi repentini e mai motivati cambi di marcia ci costringe a considerare momentanea – a cambiare lo scenario. Bastano la lettera inviata al primo ministro norvegese, il cui senso è riassumibile così: “non mi avete dato il Nobel per la pace, quindi non mi impegno per perseguirla”, oppure l’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae intento ad illustrare ai leader europei il continente americano tutto a stelle e strisce (Groenlandia, Canada e Venezuela compresi), o la sua farneticante dichiarazione che “Dio è orgoglioso di quanto ho fatto in questo anno di presidenza”, fino alla delirante idea di sostituire l’Onu (che è da rifondare, d’accordo, ma non certo così) con una “cupola trumpiana” denominata “Board of peace”, cui hanno aderito dittatori sanguinari, sceicchi, ricercati per crimini di guerra e fascisti assortiti (copyright Francesco Cundari) e di cui per fortuna l’Italia non fa parte perchè qualcuno al Quirinale ha suggerito a palazzo Chigi di andarsi a leggere l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Piange il cuore a chi, come me, ha sempre guardato con fiducia e amicizia agli Stati Uniti, nella consapevolezza che l’Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, ha costruito e difeso libertà, pace e prosperità economica anche e per molti versi soprattutto grazie alle certezze date dall’alleato statunitense, ma dobbiamo prendere atto che queste certezze si sono sgretolate e si stanno sgretolando una dopo l’altra, e che la pratica dell’appeasement tentata un po’ da tutti i leader europei e occidentali – chi più chi meno – non ha dato alcun frutto. Perché, come ha detto Nathalie Tocci nella War Room di mercoledì 21 gennaio (che vi consiglio vivamente di vedere, qui il link) il risultato della nostra condiscendenza, quando non adulazione, non ci ha fatto “comprare quel tempo che ci illudevamo potesse tener viva la speranza che prima o poi la brutta parentesi sia destinata a chiudersi”, visto che Trump “si è arrampicato sull’albero” dal quale ha sdoganato Putin, vilipeso e minacciato l’Europa e imposto dazi a mezzo mondo.

E che non sia più il tempo della remissività ce lo ha ricordato non un pericoloso sovversivo bensì il primo ministro belga De Wever – che, nota bene, a Strasburgo fa parte dello stesso partito di Meloni – dicendo: “finora siamo stati molto accondiscendenti, ma adesso sono state superate così tante linee rosse che è venuto il momento di scegliere: gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato dell’Europa, e l’Europa da vassallo felice non deve diventare schiava miserabile, la nostra dignità non è in vendita”. Pagherei una cifra per ascoltare parole così dalla bocca di chi guida l’Italia, chiunque sia (ho detto “guida” e non “rappresenta”, perché chi ci rappresenta, il presidente Mattarella, per quel che doveva, e poteva nella distinzione dei ruoli, ha ripetutamente parlato a lettere chiarissime).

Tuttavia, la “schiena dritta” è postura necessaria ma non sufficiente. In più, occorre avere in testa una strategia. E qui ancora una volta ci viene in soccorso il primo ministro canadese. La strada non è il sovranismo – che, aggiungo io, è la vittima numero uno del trumpismo – né, al contrario, affidarsi ad un multilateralismo ingenuo, magari facendo affidamento su istituzioni indebolite. La via maestra – l’unica – per definire un nuovo ordine geopolitico planetario è “costruire coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune da agire insieme”. “Le potenze medie devono agire insieme”, dice Carney, “perché se non siedi al tavolo, sei nel menù. I potenti hanno il loro potere, ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme”.

Mi permetto sommessamente di aggiungere: facendo propri i postulati di Blaise Pascal di tre secoli e mezzo fa che ho voluto usare come prefazione a questa prima newsletter del 2026, anno che, come pronosticavo nell’ultima TerzaRepubblica del 2025, sarà, ci piaccia o no, di rottura e di svolta. 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : Apertura

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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