
Un governo che cambia troppo rapidamente non è mai soltanto un governo dinamico. Più spesso è un governo in difficoltà. È questa la chiave di lettura più convincente per interpretare quanto sta accadendo nella seconda presidenza di Donald Trump, iniziata il 20 gennaio 2025 e già segnata da una sequenza impressionante di abbandoni, dimissioni e licenziamenti ai vertici dell’amministrazione. I numeri parlano da soli: almeno tre membri del Gabinetto usciti nel giro di poche settimane, una serie di figure strategiche sostituite o allontanate e un tasso di turnover dello staff più vicino al presidente che supera il 30%, ben oltre la media storica delle precedenti amministrazioni americane. Non è fisiologia. È un segnale politico. Già nella sua prima esperienza alla Casa Bianca Trump aveva mostrato una forte propensione al ricambio, ma oggi il fenomeno appare più rapido, più concentrato e soprattutto più significativo perché si colloca in una fase internazionale estremamente delicata. Non si tratta più di un adattamento iniziale, ma di una difficoltà strutturale nel mantenere coesa una squadra di governo.
Le uscite più significative riguardano proprio il cuore dell’esecutivo. Lori Chavez-DeRemer ha lasciato il Dipartimento del Lavoro in un clima segnato da tensioni e verifiche interne; Pam Bondi è stata estromessa dal ruolo di Procuratrice Generale dopo crescenti insoddisfazioni della Casa Bianca su dossier delicati; Kristi Noem è stata licenziata dalla guida della Sicurezza Interna sotto la pressione delle critiche del Congresso sulla gestione delle politiche migratorie. Tre figure chiave, tre segnali convergenti. Ma il fenomeno non si ferma qui. Il Segretario alla Marina John Phelan ha lasciato l’incarico in un momento delicatissimo sul piano geopolitico, mentre Joe Kent ha abbandonato la guida dell’antiterrorismo in polemica con la linea interventista sull’Iran. A ciò si aggiungono le rimozioni ai vertici militari, con decisioni che hanno colpito figure apicali dell’Esercito e della Marina. Non è una semplice rotazione. È una ristrutturazione continua che rischia di indebolire la catena decisionale proprio mentre la pressione internazionale aumenta.
E poi c’è il caso più emblematico, quello che meglio di altri racconta il clima interno alla Casa Bianca: l’addio di Elon Musk. Un’uscita rumorosa, carica di significati politici oltre che personali. Musk non era un semplice consulente, ma uno dei simboli della nuova fase trumpiana, il punto di contatto tra politica, tecnologia e visione economica. La sua uscita, maturata tra attriti e divergenze strategiche, rappresenta molto più di una separazione individuale. È il segnale di una difficoltà crescente nel tenere insieme una squadra eterogenea, composta da figure forti, autonome, spesso portatrici di agende proprie. Quando anche i profili più esposti decidono di lasciare, o vengono accompagnati all’uscita, significa che il problema non è più episodico. È strutturale. E non è un caso che questa instabilità interna si rifletta anche sulla percezione internazionale degli Stati Uniti. Gli alleati osservano con crescente attenzione, se non con preoccupazione, questa continua ridefinizione degli equilibri, mentre i mercati reagiscono con prudenza a un quadro politico che appare meno stabile di quanto la retorica ufficiale voglia far credere.
Il punto, allora, non è soltanto contare le uscite. È comprenderne il significato politico. Un turnover così elevato indebolisce la continuità dell’azione di governo, riduce la capacità di coordinamento, alimenta incertezza sia all’interno che all’esterno dell’amministrazione. In un momento in cui gli Stati Uniti sono chiamati a gestire crisi complesse – dal Medio Oriente ai rapporti con l’Europa, fino alle tensioni economiche interne – la stabilità della squadra diventa un fattore decisivo. Trump continua a rivendicare controllo e risultati, ma i fatti raccontano una realtà più articolata: quella di una presidenza che fatica a trovare equilibrio, costretta a riorganizzarsi continuamente mentre affronta un consenso interno in progressivo affievolimento in vista delle elezioni di midterm. La politica americana insegna che queste elezioni rappresentano spesso un banco di prova severo per chi governa. E in questo contesto, la fragilità della squadra può diventare un elemento determinante. Perché governare non significa soltanto decidere. Significa costruire e mantenere una struttura capace di sostenere quelle decisioni nel tempo. E oggi, più che mai, quella struttura appare in continua ridefinizione. È qui che si gioca la vera partita della seconda presidenza Trump: non nella forza delle dichiarazioni, ma nella tenuta della sua squadra.
Cesare Mannucci

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