
La procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea contro l’Italia per eccesso di debito ha riacceso il copione più prevedibile della politica italiana. L’opposizione si è precipitata a usare il richiamo europeo come una clava, quasi fosse la certificazione definitiva del fallimento del governo in carica. Ma la realtà è meno comoda e molto più lunga della durata di una legislatura.
Il debito italiano non nasce ieri, né si costruisce in pochi mesi. È un’eredità stratificata che attraversa decenni, ma che negli ultimi dieci anni ha avuto una continuità politica precisa. Dal 2013 in poi si sono alternati governi guidati o sostenuti da aree progressiste e tecnocratiche, spesso presentati come affidabili interlocutori di Bruxelles. Governi che hanno parlato molto di rigore, di conti in ordine, di credibilità europea, ma che hanno lasciato un Paese con un debito sempre più pesante e una crescita economica incapace di reggere il confronto internazionale.
Negli anni dei governi di sinistra e dei governi sostenuti da larghe coalizioni, il debito pubblico non è stato ridotto. È cresciuto, spesso giustificato con emergenze, crisi, necessità di sostegno sociale e interventi straordinari. Nel frattempo, l’Italia ha continuato a poggiare su una struttura economica fragile, dove il peso dello Stato è rimasto enorme e la produttività stagnante. Si è alimentata l’idea che il debito potesse essere sempre gestibile perché protetto dalla credibilità europea e dalla forza del risparmio privato.
Il problema è che il risparmio privato, pur gigantesco, è rimasto fermo. Migliaia di miliardi parcheggiati nei conti correnti e negli strumenti a basso rischio, incapaci di trasformarsi in investimento reale. Un Paese con circa 3.700 miliardi di debito e oltre 7.000 miliardi di risparmio privato bloccato continua a vivere in una contraddizione strutturale: ricchezza diffusa ma immobilizzata, Stato indebitato e crescita troppo lenta.
A questo si aggiunge un elemento che viene raramente affrontato con onestà. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi d’Europa. La natalità crolla, il ricambio generazionale si riduce e il peso dello Stato sociale diventa sempre più difficile da sostenere. Pensioni, sanità, assistenza e apparato pubblico richiedono risorse crescenti, mentre la base produttiva e contributiva si restringe. È una dinamica che non si corregge con uno slogan o con una conferenza stampa.
Per questo appare singolare il tono dell’opposizione. Chi ha governato per anni, spesso in piena sintonia con Bruxelles, oggi utilizza la procedura di infrazione come se fosse il risultato esclusivo dell’attuale esecutivo. È una narrazione comoda, ma poco credibile. Nessun governo può invertire in poco tempo una macchina costruita in decenni.
L’attuale governo può essere criticato per molte scelte, ma imputargli l’intero peso del debito italiano significa ignorare la storia recente. Significa cancellare dieci anni di gestione economica che non hanno prodotto una riduzione strutturale del debito, né un vero rilancio produttivo. Significa dimenticare che la stessa Europa, oggi severa, ha tollerato per anni squilibri noti e mai davvero risolti.
Portogallo, Spagna e Grecia vengono spesso citati come esempi di Paesi che ce l’hanno fatta. Ma il paragone richiede prudenza. Questi Stati hanno economie più piccole, masse demografiche inferiori e un peso industriale diverso. L’Italia resta la seconda manifattura europea, con una complessità economica e sociale molto più ampia. Governare un sistema di queste dimensioni richiede tempi lunghi e riforme profonde.
La procedura di infrazione non è una sentenza morale. È uno strumento tecnico. Ma in Italia diventa sempre terreno di propaganda. Da una parte c’è chi la usa per attaccare il governo, dall’altra chi la respinge come un’ingerenza. In mezzo resta il problema reale: un Paese che per troppo tempo ha rimandato decisioni strutturali, confidando che la crescita, l’Europa o la finanza avrebbero sistemato tutto.
La politica italiana dovrebbe avere almeno l’onestà di evitare la memoria selettiva. Il debito non appartiene a un solo governo. È il risultato di una lunga stagione di rinvii, compromessi e mancate riforme. E forse il vero errore dell’opposizione non è criticare, ma farlo fingendo di non aver partecipato alla costruzione del problema.
In questo quadro, il cosiddetto campo largo sembra spesso più concentrato sulla battaglia politica quotidiana che sulle conseguenze di lungo periodo. La sensazione è che manchi una visione reale del futuro del Paese. Si discute molto di consenso immediato, di equilibrio interno alle coalizioni e di sopravvivenza elettorale, ma molto meno di giovani, natalità, produttività e prospettive economiche.
L’impressione diffusa è che una parte dell’opposizione continui a muoversi dentro una logica di gestione del presente, senza affrontare il nodo più scomodo: che tipo di Italia resterà tra vent’anni. Un Paese che invecchia, con meno lavoratori, più spesa sociale e un debito crescente, non può permettersi una politica fondata sul rinvio continuo. Il rischio è quello di alimentare una cultura del “magna e godi oggi, il resto si vedrà”, dove il consenso immediato vale più della sostenibilità futura.
Se manca una prospettiva per le nuove generazioni, la politica smette di essere progettazione e diventa semplice amministrazione del consenso. Ed è forse questa la critica più pesante che si può rivolgere a una parte dell’opposizione: non tanto l’attacco al governo, quanto l’assenza di una proposta economica e sociale capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale.
La domanda sorge spontanea: se ti preme il futuro di quei pochi giovani rimasti e le sorti del nostro paese…. Come si fa a votare il campo largo?
Piero Terracina

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