Il Tristano e Isotta di Wagner ha inaugurato, per l’ultima volta al teatro Comunale, il Maggio Musicale Fiorentino, di fronte ad un pubblico accorso numeroso, pur non facendo registrare il tutto esaurito.

Sul podio, a distanza di quindici anni dall’ultima rappresentazione fiorentina, ancora Zubin Mehta, mentre la regia era affidata al trentino Stefano Poda, che in realtà, secondo la concezione prettamente wagneriana della ‘totalità’ delle arti, ha curato anche le scene, i costumi e le luci. E proprio partendo dalla regia emergono alcune perplessità, pur ritenendo interessante la sfida proposta da Poda, basata sull’idea cardine di concepire Tristano e Isotta in un’atmosfera quasi metafisica, dove i personaggi sono dei ‘non personaggi’, bensì delle anime che vivono in una dimensione del tutto estranea alla realtà e che si muovono sulla scena – dominata dall’inizio alla fine da un’incessante pioggia di riso simboleggiante la “vanitas” dell’essere, più che la fertilità – ma non agiscono, e creano un’atmosfera di staticità assoluta; proprio tale elemento si poneva in netto contrasto con il perenne fluire della musica e, in particolar modo nel primo atto, con la lettura impressa da Zubin Metha, teso nel mettere in risalto, secondo una concezione tardo-romantica, le emozioni dei protagonisti, pur cercando di contenere una certa esuberanza strumentale. Questo iato fra palcoscenico e orchestra è andato in parte risolvendosi nei due atti successivi, dove si sono apprezzati soprattutto dei giochi di luce molto suggestivi, tesi ad esprimere l’infinita dialettica notte/giorno che anima l’opera wagneriana; ma nel complesso lo spettacolo non è sembrato mai decollare pienamente e, purtroppo, parziale demerito va attribuito anche alla coppia dei protagonisti, il tenore Torsten Kerl (Tristano) ed il soprano Lioba Braun (Isotta), i quali, pur impegnandosi con grande energia ed abilità in situazioni ambientali complicate (non è affatto facile cantare stando distesi sopra una montagnola polverosa di riso o su una struttura sospesa continuamente oscillante), non sono apparsi possedere, se non a tratti, voci di statura wagneriana. Ottima, invece, la prova di Stephen Milling nei panni di re Marke, un basso dotato di potente e sicura vocalità, oltre che caratterizzato da un’efficace presenza scenica; discreta quella di Martin Gantner (Kurwenal), un po’ discontinua quella del mezzosoprano Julia Rutigliano (Brangäne). Buona, nel complesso, l’esecuzione degli orchestrali. Applausi calorosi del pubblico nei confronti di Mehta e dei cantanti, qualche dissenso verso il regista.
Repliche domenica 4 e 11 maggio (ore 15,30) e mercoledì 7 (ore 19,00). Per info www.operadifirenze.it.

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