Fra le innumerevoli questioni all’ordine del giorno del PD in preparazione del prossimo congresso, ce ne vengono in mente per ora tre, tanto siamo sicuri che dovremo ricrederci, perché poi finiranno per essere molte di più. Ma intanto parliamo di queste.
Questione Berlusconi. E’ una variabile impazzita del sistema politico italiano? Se lo fosse lo sarebbe da troppo tempo e ormai bisognerebbe considerarla come meno pazza. In realtà è solo una delle conseguenze di un progetto antipolitico che montava nel paese tanti anni fa e di cui proprio i progenitori del PD si fecero paladini al tempo di mani pulite, condannando indiscriminatamente una classe dirigente e rinunciando a lavorare per il suo rinnovamento in termini strategici e di prospettiva. Certo, molto giocò il vuoto che restava dopo il fallimento del mondo comunista, ma ciò non autorizzava a gettar via le prospettive politiche della sinistra per salvare quelle di un partito, che della sinistra era solo una componente, guarda caso quella che sul piano politico e storico aveva perso. Se l’antipolitica prevaleva a sinistra, a destra avrebbe fatto faville. E le ha fatte. Perciò non si può sperare di combattere l’antipolitica rimanendo sul suo stesso piano, anche perché le risorse di questa nuova destra, nell’impatto popolare, sono sicuramente maggiori e dispongono di strumenti più efficaci di penetrazione e di convincimento.
Questione Di Pietro. C’è un qualunquismo acritico, che ha fatto breccia in larghi settori della società, prevalentemente a destra, ma che anche a sinistra produce i suoi effetti e qualche disastro. Il caso di Pietro è emblematico: anche qui si tratta di non politica, ma in termini più gravi, perché si riempie di contenuti dichiaratamente e coscientemente illiberali; tanto che non ci sarebbe affatto da stupirsi se un redivivo Fortebraccio, geniale campione degli illiberali di un tempo e che proprio in questi giorni viene evocato, oggi guardasse con favore a questo tipo di esperienza. In realtà c’è ancora nella sinistra una forte mentalità, che più che illiberale chiamerei veterostalinista, che alberga all’interno del PD come metodo di analisi e come pratica politica, ma anche al suo esterno. Di Pietro non ha sicuramente i convincimenti politici di questi settori e probabilmente non ne possiede neppure gli strumenti culturali, ma ne fa un utilizzo a piene mani per allargare la sua area d’influenza. Il risultato è una non politica; il miglior modo per liberarsene, come da vecchio adagio nenniano, è fare politica innanzi tutto. Ciò che il PD, neppure in questa direzione, sembra intenzionato a praticare.
Questione socialista. Gli ex comunisti, anche se occupavano ed ancora detengono un posto di rilievo nell’Internazionale, una scelta socialista in termini completi e coerenti non l’hanno mai compiuta. Una grossa responsabilità è anche nella dirigenza burocratica dell’Internazionale socialista, che fa più caso ai numeri che non alle idee, ma non è questo il punto. Il punto è invece che larghi settori del PD, cioè prevalentemente quelli di provenienza cattolica, della scelta socialista non ne vogliono proprio sapere. Il cavallo di battaglia che fa da sostegno a questa tesi è che attualmente la socialdemocrazia è in fase di ripiego sul piano europeo. Si capisce subito che è un argomento misero perché contingente. In realtà la socialdemocrazia europea è in crisi perché si presenta solo come semplice sommatoria di esperienze nazionali, in cui convivono e si alternano forze e debolezze, senza alcun riferimento ad una presenza comune e strategica di politica europea e sconta le conseguenze di una costruzione europea che ha rafforzato, di recente, gli ambienti conservatori ed anche quelli più o meno dichiaratamente antieuropei. Quindi meglio sarebbe partire dal contrario, cioè dall’esigenza di una politica di sinistra a livello continentale, fondata su un’idea di Europa, sulla quale improntare alcune caratteristiche di fondo dei partiti nazionali. La componente cattolica del PD, che parte invece dal presupposto contrario, in realtà questa scelta dimostra di non volerla compiere, perché ancora legata ai vecchi rapporti di forza ed alle vecchie distinzioni. L’idea di voler praticare politiche ed intese al di fuori di questa logica resta solo una fuga in avanti.
Silla Cellino

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