Tre generazioni intristite, nate nel mezzo secolo fra i venti e i settanta, vanno inaspettatamente insieme al tramonto, perché nonostante acciacchi e gioventù, ottantenni e trentenni sono accomunati nella stessa vendetta, la salutare dimenticanza dei maestri che li indispettirono.
Tre generazioni indispettite, forse più. Ancora adolescenti ebbero sulle spalle la croce d’un’epoca eccezionalmente difficile, un’epoca mongoloide – pardon diversa! – bisognosa d’insegnanti di sostegno, per assumere colpe culturali e politiche altrui, nell’illusione di stillarne i palliativi dalle pagine dei maestri. Ma le due generazioni ascoltarono indecenti insegnanti di sostegno, maestri indecenti, e poco importa fossero i cattedratici volenterosi di tanti decenni prima o gli accademici a gettone di oggi, poco importa di cosa parlassero o scrivessero, furono comunque maestri indecenti loro malgrado, perché convinti di poter pigiare nell’italico pertugio un secolo di grassa indecenza planetaria detta a torto modernità, la modernità malata e impiccata a due forche, il godimento politico del giusto vivere e il godimento culturale della sua condanna. I maestri indecenti hanno amputato l’intelligenza di queste generazioni che ripagarono col dispetto il nulla ereditato, facendone prima carburante per spiriti ribelli, poi tornaconto, infine dialogo di sorrisi dispettosi. Perché è il dialogo a trasformare gli indispettiti in dispettosi. Ben tre generazioni e forse più senza maestri, tre generazioni che in realtà non ebbero nemmeno cattivi maestri, ecco l’ecatombe intellettiva sotto gli occhi.
Anche l’odierna cronaca, dove rumoreggiano le ultime loffe mentali delle tre generazioni, è cronaca di dispetti tra indispettiti dalle rispettive misere eredità, non vera battaglia politica, non confronto tra progetti realmente divergenti, ma il dispetto infantile d’averla vinta sull’altro, lo scontro degradato a scorno, zizzania e sgambetto che la coprofagia dei media divora, defeca e ancora divora. Così le generazioni indispettite invecchiano di longevità dispettosa, i trentenni rassomigliano agli ottantenni e questi a quelli.
Il dispetto è la loro religione e metafisica, anche se a figli e nipoti è tramandato ancora il compito di farne recita di libertà e scontro politico, perché il dispetto si mangia la coda, è stufo del proprio veleno, ma non vede orizzonti e allora ripercorre vecchie strade, ripercorre se stesso. Finché la disperazione lo riporta alle cose della terra, al focolare, per morire infatti occorre almeno la certezza d’esserne pietre.
Ma l’eredità di maestri inesistenti si strozza all’epoca sempre più mongoloide – pardon diversa! – e fa delle generazioni dispettose generazioni allegramente criminali, e, questo sì, ottantenni e trentenni da rimuovere in fretta per liberare chi resta.
Marzio Siracusa

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