
di Ugo Tramballi*
Senza squilli di tromba né rulli di tamburo, nessuna cerimonia ufficiale né foto-ricordo, il programma nucleare iraniano è di nuovo sotto controllo: arricchimento dell’uranio entro il limite del 60% (serve il 90 per creare una bomba), ispezioni dell’Agenzia internazionale, spegnimento di centrifughe.
È il compromesso che l’amministrazione Biden e il governo iraniano hanno concordato attraverso la mediazione di Oman e Qatar. È già in vigore anche se nessuno al dipartimento di Stato né a Teheran lo confermerebbe.
L’Iran ha anche fermato gli attacchi ai soldati americani in Iraq e Siria, condotti dalle milizie alleate; ed ha iniziato a cooperare con le ispezioni internazionali. Più sicuro è ora il passaggio delle petroliere lungo lo stretto di Ormuz. Presto ci sarà anche uno scambio di prigionieri.
Gli Stati Uniti non proporranno altri voti all’Onu per punire e isolare la repubblica islamica né renderanno più dure le sanzioni economiche. Al contrario, ne ridurranno alcune: verranno sbloccati diversi miliardi di dollari investiti dagli iraniani nelle banche della Corea del Sud.
C’è chi lo chiama “meno per meno”, “cessate il fuoco politico”. Non è la soluzione del problema e nessuno sa quanto reggerà. Ma è una dimostrazione intelligente di de-escalation. Questa vaghezza, una specie di silenzio assenso, ha permesso a Joe Biden di non dover andare in Campidoglio a chiedere a deputati e senatori repubblicani un consenso che non avrebbero mai dato.
Il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, cioè l’accordo sulla riduzione del programma nucleare iraniano, era stato raggiunto nel 2015 dopo due anni di duro negoziato. Lo avevano firmato Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia, Stati Uniti, Iran ed Unione Europea. Nessun compromesso è mai perfetto, non lo era nemmeno questo. Ma offriva dieci anni di tempo perché le parti in causa lo perfezionassero. Tuttavia nel 2018 Donald Trump, istigato dall’israeliano Bibi Netanyahu, decise di ritirarsi dall’accordo. Gli altri erano contrari ma nella partita sul nucleare iraniani e americani contavano più degli altri.
Appena eletto presidente nel 2020, Joe Biden riprese il dossier: l’Iran stava installando migliaia di centrifughe avanzate e ammassava uranio arricchito. Era la conseguenza della decisione irrazionale di Trump. Perfino in Israele militari e capi dei servizi d’intelligence, in carica e ritirati, avevano un atteggiamento molto diverso dall’entusiasmo di Netanyahu per aver contribuito al fallimento dell’accordo internazionale.
Biden aveva un Piano A: tornare all’accordo del 2015. Ma gli iraniani pretendevano l’assicurazione che sarebbe rimasto in vigore con chiunque fosse andato alla Casa Bianca, dopo Biden. Inoltre, a Teheran la repressione giovanile del regime aveva raggiunto livelli intollerabili. Un Piano B prevedeva la moltiplicazione delle sanzioni e, come conseguenza, un probabile scontro armato: probabilmente anche con la partecipazione di Israele. Per evitarlo, l’amministrazione Biden ha scelto il Piano C, l’unico possibile per evitare un nuovo conflitto in una regione piena di conflitti, non molto distante da quello ucraino. Usa e Iran restano nemici ma insieme hanno lasciata viva la possibilità di risolvere in futuro la questione nucleare.
Il “meno per meno” è un altro segno di questa età del realismo. In questa epoca non ci sono accordi storici all’orizzonte.
Incapaci di risolvere la questione Taiwan, Usa e Cina concordano il necessario per non provocare una guerra. L’Unione Europea gestisce l’essenziale, evitando epocali balzi in avanti nell’attesa delle elezioni dell’anno prossimo. I BRICS constatano quanto sia difficile e poco utile trasformarsi in un’alternativa al sistema occidentale. Presto anche l’Ucraina dovrà affrontare il dilemma fra un’improbabile vittoria totale e la realtà di una pace con compromesso territoriale.
La critica d’Israele al compromesso americano è cauta. “La diplomazia non è necessariamente una cosa cattiva”, aveva commentato l’ambasciatore a Washington. Oggi per Israele conta il riconoscimento diplomatico saudita: tanto da non escludere l’appoggio al programma nucleare che Riyadh pretende dagli Usa: arricchimento dell’uranio compreso.
*Ugo Tramballi Senior Advisor Ispi

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