
Il piano di Trump per la pace in Ucraina è già diventato una serie cancellata dopo la prima stagione. La guerra invece è ancora in onda, episodio dopo episodio.
Immaginala così. C’è uno show che tutti conoscono a memoria. Sai chi sono i buoni, sai chi sono i cattivi, sai perfino che il colpo di scena finale non arriverà mai. Ogni tanto introducono un nuovo “piano di pace” come se fosse un personaggio speciale, grande annuncio, trailer drammatico, interviste in prima serata. Poi appena entra in scena capisci che non regge e viene riscritto, accantonato, dimenticato. Il piano di Trump è uno di questi.
Lui aveva venduto la solita promessa da palco: chiudere tutto in ventiquattro ore. Come se una guerra di invasione fosse una lite condominiale da spegnere con una stretta di mano. Dietro gli slogan però il contenuto era chiaro: chiedere all’Ucraina di cedere territori, accettare di restare fuori dalla Nato, ridurre le proprie forze armate e in cambio concedere alla Russia una sorta di rientro nel salotto buono del mondo. Una resa parziale spacciata per pace.
Il problema è che questo copione lo hanno già letto tutti. A Kiev, in Europa, negli Stati Uniti. E tutti sanno come va a finire quando premi l’aggressore e chiedi all’aggredito di ringraziare. Il piano è stato smontato pezzo per pezzo, “aggiornato”, “corretto”, “ridotto”. Tradotto: buttato a mare. Quello che resta oggi è una bozza annacquata che non entusiasma nessuno e non cambia la trama principale.
La guerra continua per motivi molto semplici che il pubblico ha ormai imparato a memoria.
Primo motivo. Gli obiettivi di Mosca non sono cambiati. La Russia non è entrata in Ucraina per pareggiare ma per dominare. Vuole controllare territori, influenzare la politica di Kiev, bloccare in modo strutturale ogni aggancio solido con il mondo occidentale. Qualsiasi accordo che congela le linee attuali senza imporre veri costi strategici al Cremlino diventa solo una pausa tra una stagione e l’altra. Tempo di riorganizzarsi e poi si ricomincia.
Secondo motivo. L’Ucraina non può firmare una pace che è in realtà una resa lucidata. Nessun governo sopravvive dopo aver accettato di perdere regioni intere dopo anni di resistenza e decine di migliaia di morti. E soprattutto sarebbe un precedente velenoso per tutti: significherebbe certificare che in Europa i confini si possono ridisegnare con i carri armati, basta resistere abbastanza a lungo e alla fine qualcuno ti regala una fetta del vicino pur di fermare il fuoco. Lo spettatore questo lo ha capito, ed è proprio quello che rende il piano Trump indigeribile.
Terzo motivo. Nessuno ha trovato una formula seria per la sicurezza futura di Kiev. Il copione prevedeva che l’Ucraina rinunciasse alla Nato in cambio di promesse vaghe di protezione e investimenti. Siamo già passati da un film simile con i vecchi accordi che avrebbero dovuto garantire l’integrità territoriale ucraina in cambio della rinuncia al nucleare. La storia si è ricordata benissimo come è andata quando c’è stato bisogno di far valere quelle garanzie.
Quarto motivo. Il terreno militare non è “pronto” per una vera trattativa. Sia Mosca che Kiev pensano di avere ancora margini per migliorare la propria posizione. La Russia si gioca la carta del tempo, della stanchezza occidentale, delle divisioni politiche in Europa e in America. L’Ucraina spera di logorare a sufficienza l’apparato militare russo e di arrivare a un eventuale negoziato non con il cappello in mano, ma con abbastanza forza da non subire un diktat. In questo contesto ogni piano calato dall’alto che sa di “prendete e portate a casa” viene rigettato a vista.
Quinto motivo. Sullo sfondo c’è la politica interna americana, che funziona come una sottotrama continua. Trump deve tenere insieme una base stanca di guerre lontane, l’establishment del suo partito e l’apparato che guarda alla Russia come a una minaccia strategica. Un piano troppo morbido con il Cremlino lo farebbe apparire complice. Un piano troppo duro lo farebbe sembrare uguale a chi ha sempre accusato di voler perpetuare i conflitti. Il risultato è un documento ibrido, nato per tenere tutti calmi e che invece non convince nessuno.
Intanto sul fronte non si ferma niente. Le città continuano a essere colpite, le infrastrutture danneggiate, i soldati muoiono, le linee si spostano di poche centinaia di metri alla volta. Ogni tanto arriva l’annuncio del “nuovo quadro di pace”, ma per chi è sotto le bombe è solo un cambio di stagione nella stessa serie infinita.
In fondo lo spettacolo è sempre quello. Il pubblico conosce la trama, riconosce i ruoli, intuisce la chiusura. Una pace vera richiederebbe tre cose insieme. Che Mosca rinunci davvero al progetto imperiale su Kiev. Che l’Ucraina resti abbastanza forte da non farsi dettare i confini. Che l’Occidente riesca a reggere nel tempo il costo materiale e politico di questa scelta. Finché anche solo uno di questi tre elementi manca, il finale resta sospeso.
Per questo il piano di Trump è finito riscritto, annacquato e di fatto accantonato. Non è stato stravolto perché era troppo audace, ma perché era storto alla base. Chiedeva all’Ucraina di pagare il conto e al resto del mondo di chiamarlo “realismo”. In una serie che il pubblico conosce fin troppo bene, questo tipo di trama non regge. Viene fischiata, archiviata, sostituita con l’ennesima promessa di “nuova stagione”.
La guerra invece no. Quella, finora, non è mai stata cancellata dal palinsesto.
Piero Terracina

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