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Tra predominio e contraddizioni gli interrogativi dell’America

Sono trascorsi due secoli e mezzo dal 4 luglio 1776, quando l’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza sancì l’affrancamento delle 13 colonie dall’Impero britannico e la nascita degli Stati Uniti d’America. Eppure, il testo redatto con il contributo essenziale di Thomas Jefferson conserva un’attualità stringente, che si basa su sei principi cardine: uguaglianza e diritti inalienabili, democrazia e consenso dei governati, diritto alla resistenza contro la tirannia, autodeterminazione dei popoli, dovere di dar conto delle proprie azioni all’umanità, Stato di diritto.

di Amedeo Lepore | 20 Luglio 2026

Sono trascorsi due secoli e mezzo dal 4 luglio 1776, quando l’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza sancì l’affrancamento delle 13 colonie dall’Impero britannico e la nascita degli Stati Uniti d’America. Eppure, il testo redatto con il contributo essenziale di Thomas Jefferson conserva un’attualità stringente, che si basa su sei principi cardine: uguaglianza e diritti inalienabili, democrazia e consenso dei governati, diritto alla resistenza contro la tirannia, autodeterminazione dei popoli, dovere di dar conto delle proprie azioni all’umanità, Stato di diritto.

Fin dalle origini, non si trattava di risultati acquisiti in via definitiva – secondo Abraham Lincoln – ma di valori da perseguire costantemente. Un articolo dell’Economist di questi giorni rivela una nazione ancora molto orgogliosa dei propri ideali fondativi, benché segnata da marcate divisioni interne. In occasione della festa dell’indipendenza, Michael Cembalest di J.P. Morgan ha pubblicato un rapporto dal titolo Semiquincententacles, che analizza la supremazia statunitense sui mercati finanziari globali. L’autore, facendo ricorso a una metafora, coglie la natura ibrida di un’egemonia che unisce potenza monetaria, capacità produttiva, innovazione tecnologica e forza militare, con una presa ramificata sull’economia mondiale.

Per quanto riguarda il dollaro, considerato ancora il perno del sistema finanziario internazionale, il report evidenzia una sua sostanziale stabilità. Infatti, gli indicatori utilizzati (prestiti tra Paesi, titoli di debito internazionali, volumi di scambio valutario, riserve delle banche centrali, fatture delle esportazioni e bonifici interbancari globali) non mostrano un indebolimento strutturale. Il calo del 10% del valore del dollaro all’inizio del secondo mandato di Donald Trump è interpretato come un normale aggiustamento dei cambi, non come il preludio di una crisi.

Anche studi della Federal Reserve e della Brookings Institution confermano che, sebbene si noti una diminuzione degli investimenti in dollari, non vi è stata un’accelerazione recente di tale fenomeno. Il documento dedica ampio spazio al nesso tra leadership nell’intelligenza artificiale e primato produttivo, indicando incrementi di produttività nel settore dell’elaborazione dei dati superiori al 15% annuo, dopo il lancio di GPT. Il centro di ricerca economica della Wharton School dell’Università della Pennsylvania ha previsto che l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività e il PIL statunitense dell’1,5% entro il 2035, quasi del 3% entro il 2055, del 3,7% entro il 2075, con un impatto più intenso nei primi anni Trenta. Tuttavia, un esame della letteratura empirica induce alla cautela, rilevando che le stime degli effetti macroeconomici restano incerte, variando da progressi modesti a trasformazioni significative. Inoltre, osservazioni relative a un periodo ancora troppo breve e fattori ciclici concorrenti rendono difficile isolare il contributo specifico dell’IA, esposta, peraltro, a un rischio generale di concentrazione azionaria e di bolla speculativa.

Paradossalmente, nel 2025 gli Stati Uniti sono scesi al 24° posto globale per utilizzo dell’IA tra la popolazione in età lavorativa, con solo il 28,3% degli americani che impiega regolarmente tale strumento. Questo divario tra eccellenza nella ricerca e scarsa diffusione popolare potrebbe frenare i benefici complessivi dell’innovazione. La parte di maggiore interesse analitico del rapporto riguarda la trasformazione strutturale dell’economia statunitense. Il vecchio modello, basato su catene del valore globali, delocalizzazione produttiva e predominio finanziario, sta cedendo il passo a un paradigma orientato a “sicurezza e resilienza”. Questo significa puntare su reindustrializzazione, scorte strategiche di minerali rari, autonomia energetica e controllo sui semiconduttori. Il documento nota che tale prospettiva ha già generato (dal 2025) rendimenti azionari superiori alla media del mercato americano.

Il cambiamento non è improvviso, ma è stato accelerato da tre eventi: pandemia, guerra in Ucraina e competizione tecnologica con la Cina. In questo contesto, Taiwan è il punto più critico. L’isola è, al tempo stesso, il principale produttore mondiale di semiconduttori avanzati e l’economia sviluppata più vulnerabile a un blocco navale, dipendendo per il 90% dell’energia da importazioni di combustibili fossili e per il 60% dell’approvvigionamento alimentare dall’estero. Michael Cembalest dedica un’attenzione inusuale a due rischi spesso trascurati: il deterioramento della certezza del diritto e il disinvestimento nella ricerca scientifica.

Un’indagine sulla democrazia, condotta periodicamente da Università della California e Bright Line Watch, segnala un declino nella percezione dello Stato di diritto. Sul versante scientifico, si è verificata una riduzione di nuovi finanziamenti competitivi per la ricerca, con tagli specifici tra il 20% e il 35% nei settori principali. Si tratta di un indebolimento del motore dell’innovazione degli Stati Uniti, con effetti che si vedranno nei decenni a venire. Già nel 2025 le candidature di ricercatori americani per posizioni all’estero sono aumentate del 32%, mentre l’Europa è diventata più attrattiva per questi talenti, segno di una tendenza difficile da invertire.

Il quadro complessivo che emerge è quello di una potenza ancora dominante, ma attraversata da contraddizioni profonde: primato tecnologico e fragilità istituzionale; leadership nell’IA e bassa adozione diffusa; autonomia energetica ed esposizione alla volatilità dei prezzi globali. Il cambio di paradigma in atto non è solo l’origine di una nuova politica economica, ma una ridefinizione delle relazioni tra Stato, mercato e conoscenza scientifica. Le implicazioni di questo processo si estendono ben oltre i cicli di mercato monitorati con meticolosità dal rapporto, lasciando aperti molti interrogativi sul prossimo futuro e sugli esiti del mutamento degli assetti geoeconomici globali.

Amedeo Lepore

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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