Nella contemporaneità l’idea del vivere si è venuta a trasferire nell’arrendevolezza religiosa alla morte proporzionata alla necessità dei bisogni.
Corre il tempo di rese di conti sull’essersi affidati a vaghi e irrisolti, quindi indecifrabili, teoremi di contemporaneità; per sanare, o tentare di sanare, le progressive dissolvenze dell’umanità/cittadinanza.
L’idea – il concetto di idea, sebbene esso stesso concetto – ha pervaso e percorso mutamenti e mutazioni dei rapporti sociali.
Pure con presupposti contrastanti tra essi: sottintesi, inganni, provocazioni, illusioni, giustificazioni, pentimenti. A volte assoggettandoli, a volte esaltandoli; comunque, misure regolatrici di un adempiuto svolgimento delle vite. Finanche, quando apportatori di tragedie o di adeguamenti supplici.
Così, l’idea del tiranno, delle divinità e del dio; di contro, della tolleranza, dell’uguaglianza; ancora, della scienza, del nulla assoluto.
Il rapporto sociale si svolgeva –si è svolto – fisso nell’idea di imperio della ragione conveniente o della ragionevolezza compiacente.
L’idea, l’idea cardine ovvero il principio generatore del fine. Ora, volendosi immutabile, per una intrinseca prospettazione dell’idea all’adattamento; ora, manifestandosi provvisoria, per la flessione dell’idea verso l’utile.
Nella contemporaneità l’idea del vivere si è venuta a trasferire nell’arrendevolezza religiosa alla morte proporzionata alla necessità dei bisogni; questi, espansi da un rapportarsi, della idea del vivere, alla evoluzione della tecnologia. Ne soggiace l’idea della scienza ovvero dell’arte e della creatività. In subordine alla costruzione economica delle voluttà.
L’idea, l’idea cardine, ne è dispersa. Frazionata e dilaniata in rivoli inesplicabili, perché mutevolmente confliggenti nella manipolazione dei fini e delle costruzioni temporanee delle soluzioni. Quali che siano.
L’artefizio che ne deriva è la saga dei non sensi. Il terreno di ogni presupposto di esaltazione dell’istinto; raffinato nella esternazione di sé perché non animalesco; e, perciò, crudele perché inutile.
Una morte della idea da cui avanza l’idea della morte.
Una morte senza cantori e senza miti. Esclusa da ogni possibilità di essere rigeneratrice. Reietta finanche dagli inferi. Perché la morte della destinazione è la barbarie del nulla. Laddove ogni scempio ha ipotesi e perdoni in religionerie e in moralismi, in compiacenze e in collusioni, in profezie di giustizia e in deserti di consapevolezza.
E la contemporaneità soffoca, nella miseria e nel sangue, l’umanità/cittadinanza.

Probabilmente la nostra condizione umana (e perció finita e arrendevole) non ci permette di sondare l’infinitezza della morte che ci seduce e al contempo spaventa. Possiamo, dunque, avvicinarci alle sue amorevoli braccia, solo col credo, o con l’arte.