Abbiamo imparato a proteggere, e quindi ad apprezzare molto meglio, pezzi del nostro corpo la cui tutela e il cui buon funzionamento davamo fino a febbraio per scontato, naturale, inattaccabile. E non era così. Una vita tra guanti e macherine scoprendo nuove risorse umane. Sapevamo dalla scuola media, dalle lezioni di scienze, che naso, bocca e occhi sono le porte del nostro corpo e in questi mesi abbiamo appreso come si riparano, come si difendono come si possono chiudere ai nemici insidiosi. Abbiamo imparato anche ad usare mani e bocca, polsi e dita in maniera articolata e complessa, e diversa da prima. In maniera più creativa e alternativa.
Signore ingioiellate che premono il tasto dell’ascensore col gomito con soave eleganza, nonni in mascherina che spingono le porte girevoli con i piedi come provetti calciatori. Cosa si fa per non toccare con le mani?! Schiacciare i pulsanti dell’ascensore con il polsino, aprire una porta usando il lembo della giacca, aggiungere una sciarpa alla mascherina, a fonte di chi soprattutto nell’ultimo periodo della fase due di due in certi luoghi non mette nemmeno la mascherina uno.
Tatto e tattica, occhi che spuntano dietro gli occhiali sopra una mascherina mal compressa sul setto nasale: ci acconciamo come possiamo per difendere occhi e bocca, naso e mani. Ci hanno insegnato in tutte le sedi e in tutte le salse come lavarci le mani e come lavarle molto spesso, usando gel e soluzioni idroalcoliche. Ho visto gente che si è confezionata la propria soluzione idroalcolica facendo dosaggi i a piacimento tra saponi liquidi e alcool denaturato, acqua e gel aggiunto. In alcuni casi a forza di usare gel e saponi vari si sono viste mani lisce come quelle di un bambino e nocche arrossate come gli zigomi di Pippi Calzelunghe.
Ho visto gente che appena toccava qualche oggetto non di consueto maneggio correva a lavarsi le mani. Anche in assetto di chiusura domestica (chiusura ho scritto non lockdown) c’era chi urlava: qual è la mia asciugamano, dov’è il mio flacone personale?. Anche nei corsi di protocollo aziendale per le imprese rimaste aperte anche durante il periodo critico c’era una sezione dedicata a come lavarsi le mani. Cosa usare, dove massaggiare, come passare i polpastrelli e le dita e passare dal dorso al palmo e via elencando. Abbiamo imparato a lavarci bene le mani, non dimentichiamoci, verrebbe da dire, di lavare anche il resto.
L’emergenza virus ci ha fatto cambiare abitudini e anche trovare nuove soluzioni pratiche: noi che eravamo un popolo di abbraccioni e sbaciucchioni con guance attaccate alle guance anche per salutarci tra colleghi, siamo diventati più nordici e ci salutiamo a distanza evitando sfioramenti e toccamenti non sempre così convenienti. Anche qui se non via piace la rima trovate voi un sinonimo a “convenienti” e vedete che succede. Ancora che non ho usato un gerundio e un comunque.
Bene o male abbiamo imparato a metterci queste benedette mascherine più o meno chirurgiche: prenderle dagli elastici o dai lacci, non toccare la parte interna, fissarle bene sul naso e arrivare a coprire la bocca fin sotto il mento e quindi proteggerci naso e bocca con perizia. Ovviamente qualcuno spesso se la trova sotto il naso tipo accarezza labbra e qualcun altro sotto il labbro inferiore a proteggere solo il mento. Se a distanza o all’aria aperta ci stava prendere una boccata senza filtro, ma al chiuso e con altri esseri umani vicini si deve tenere la mascherina come da indicazione mondiale direi. Sennò non serve.
La mascherina sul mento o peggio al braccio è un orpello non uno strumento di protezione. Facciamole diventare divertenti e nostre amiche perché per un po’ di mesi mi sa che dobbiamo conviverci. In alcuni casi sono stati usati anche gli occhiali protettivi perché anche gli occhi possono essere una porta. Ho visto gente che metteva occhiali su occhiali e poi toccarsi gli occhi con i guanti che avevano dimenticato forse di avere indossati. Anche qui c’è da ragionare. I guanti sono una protezione ma se li tieni 8 o dieci ore rischiano di essere una via di contagio. Bisogna stare attenti con i guanti: dopo qualche ora forse non senti più il tatto e ti suda palmo dorso come stare sotto il solleone agostano. E’ caso anche di ribadire che i guanti una volta usati e tolti nella maniera giusta cioè rovesciandoli vanno buttati nelle immondizie, vanno gettati, non vano riutilizzati perché la parte potenzialmente infettata verrebbe a contatto con la pelle e quindi adiu batel.
Insomma abbiamo imparato tanto e tanto dovremmo ancora imparare: salutarci con le braccia o con gli occhi, incrociare affetti e stare a distanza, imparare a parlare a due metri, e non sulla spalla come accadeva una volta, magari parlare con gli occhi e con i pezzi di volto scoperti invece di parlare con la bocca e la voce. Propongo un bel ripasso di comunicazione non verbale per garantirci salute e tranquillità sociale: la prossemica per le distanze, le gesticolazioni per dare segnali, aptica, cronemica, fissazione oculare. Abbiamo imparato a tenere aperte le porte con i piedi e le gambe senza usare mani e dita, abbiamo imparato a calcolare le distanze e adesso sappiamo ad occhio la differenza tra un metro e un metro e un metro e mezzo: Dovremmo aver capito che se si può vivere e cominciare senza stare appiccicati.
Fabrizio Binacchi
Tra guanti e mascherine
Signore ingioiellate che premono il tasto dell’ascensore col gomito con soave eleganza, nonni in mascherina che spingono le porte girevoli con i piedi come provetti calciatori. Cosa si fa per non toccare con le mani?!

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