
Il 16 giugno, la giudice Paola Braggion ha assolto con la formula “il fatto non costituisce reato” tutti gli otto imputati del processo Torre Milano. La procura aveva chiesto otto condanne e la confisca del grattacielo di via Stresa. Il presidente del Tribunale, Fabio Roia, ha precisato lo spirito della sentenza in una nota: gli imputati hanno agito secondo le regole allora vigenti e in buona fede, in un quadro normativo — quello sulla distinzione tra nuova costruzione e ristrutturazione — talmente instabile che, negli ultimi anni giurisprudenza penale, amministrativa e Corte Costituzionale hanno offerto letture diverse dello stesso concetto.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è il cuore giuridico di tutta la vicenda. Per il Comune e per chi ha costruito, la Scia con atto d’obbligo era uno strumento legittimo, coerente con il Testo Unico dell’Edilizia. Per la Procura, invece, dietro l’etichetta di “ristrutturazione” si nascondeva una nuova costruzione che avrebbe richiesto un piano attuativo con tutti gli oneri e i servizi pubblici connessi. Il Tribunale non ha avallato nessuna delle due narrazioni in modo definitivo: ha semplicemente detto che, in un contesto interpretativo così incerto, non si può rimproverare a nessuno il dolo o la colpa. È una sentenza di assoluzione, non un’assoluzione del sistema. E infatti riguarda solo il profilo penale: il nodo amministrativo — se quei titoli edilizi siano legittimi o vadano annullati — resta aperto, tanto che il TAR di Milano e il Consiglio di Stato, in altri procedimenti, hanno già adottato linee più rigide.
Qualche tempo fa, sul Corriere della Sera, Venanzio Postiglione aveva richiamato un punto che oggi suona quasi profetico: occorre distinguere con cura tra gli eventuali abusi da perseguire e lo sviluppo della città in quanto tale, senza scivolare nell’equazione per cui crescita urbana equivalga a malaffare. Era un invito alla misura, rivolto sia a chi raccontava Milano come una città-modello sia a chi la descriveva come un cantiere a cielo aperto di illegalità diffusa.
La sentenza di martedì dà a quell’avvertimento un fondamento giudiziario: il fatto che otto persone — costruttori, professionisti, funzionari pubblici — siano state assolte perché hanno semplicemente applicato le norme come si potevano leggere allora, certifica che “sviluppo” e “abuso” non sono sinonimi automatici, anche quando a indagare è la stessa procura che per quattro anni ha tenuto la città sotto la sua lente. Ora, proprio perché quell’invito alla cautela era ed è condivisibile, va fatto fino in fondo: non può oggi limitarsi a censurare l’equazione sviluppo-malaffare e ignorare l’altro lato della medaglia, cioè il prezzo che la città ha pagato per arrivare fin qui.
Il Tribunale ha smontato, almeno per questo primo procedimento, l’impianto secondo cui la “scia con atto d’obbligo” fosse di per sé un escamotage per eludere le regole: una prassi consolidata del Comune, si legge nella nota del Tribunale, consentiva quell’intervento con il titolo poi effettivamente rilasciato. Ed è una luce anche il fatto che, già un anno fa, il Tribunale del Riesame avesse smontato il filone corruttivo legato agli arresti di Manfredi Catella e dell’ex assessore Giancarlo Tancredi: i giudici avevano scritto che dalle conversazioni intercettate non emergevano elementi concreti per sostenere un patto corruttivo, e che lo stesso Catella non risultava avere — né avrebbe potuto avere — piena contezza della normativa sui conflitti di interesse dei pubblici ufficiali.
Restano tuttavia almeno 150 cantieri bloccati in città, restano le famiglie che hanno comprato casa e non sono mai riuscite a entrarci, restano imprenditori che per mesi si sono visti paralizzare ogni iniziativa, hanno dovuto dimettersi dai ruoli operativi della propria società e vedere riaperto un fascicolo dopo l’altro su progetti che vanno da Porta Nuova allo Scalo Romana. Si può discutere quanto si vuole sul fatto che la prudenza degli inquirenti fosse o no giustificata; ciò che è certo è che il blocco produce danni economici e sociali immediati e irreversibili, mentre il chiarimento giudiziario arriva — quando arriva — anni dopo.
È qui che il discorso, da cronaca giudiziaria, deve diventare riflessione politica. Una città che cresce ha bisogno di regole chiare scritte prima, non di interpretazioni elaborate dopo in un’aula di tribunale. Il fatto che la sentenza di martedì sia stata letta da più parti come l’indicazione normativa che la politica non è riuscita a darsi, è già una sconfitta per la politica stessa. Il cosiddetto “Salva Milano” — la norma che avrebbe dovuto sanare l’incertezza interpretativa sulla nozione di ristrutturazione edilizia — si è arenato in Parlamento un anno e mezzo fa, complice proprio il clima creato dall’inchiesta. Risultato: la materia che decide se e come si possono costruire grattacieli in una metropoli da due milioni di abitanti è stata, di fatto, affidata all’interpretazione di un pubblico ministero prima e di un giudice poi.
Certo la magistratura ha fatto esattamente il suo lavoro: indagare dove ci sono notizie di reato, valutare le prove, decidere secondo diritto. Il problema non è la funzione giudiziaria, è il vuoto che la politica le ha lasciato riempire. Una legge urbanistica nazionale che risale agli anni Quaranta, sovrapposta a un Testo Unico dell’Edilizia degli anni Duemila che la politica non ha mai armonizzato con chiarezza, ha trasformato ogni grande progetto immobiliare in un terreno di scontro interpretativo che poi si scarica sui tribunali. Ma un Codice penale non è e non deve essere uno strumento di pianificazione urbana, ed è singolare che lo si sia usato come tale per quattro anni.
Il punto di caduta, allora, è semplice da enunciare e difficile da realizzare: bisogna ritrovare una politica che governi lo sviluppo della città — quella vera, fatta di piani di governo del territorio, di norme chiare su altezze, volumetrie, oneri di urbanizzazione e servizi pubblici, discusse e approvate nelle sedi competenti —e non una città che si limiti a osservare cosa decide la procura volta per volta.
Non perché la magistratura abbia sbagliato a indagare, ma perché nessuna città può permettersi che il proprio sviluppo urbanistico dipenda dalla sequenza delle sentenze piuttosto che dalla sequenza delle leggi.
Daniela Mainini
(da Solo Riformisti)

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